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Derubato ma contento: Garibaldi, le navi e le carte topografiche

Se la Storia passa attraverso le guerre, gli scontri militari dipendono a volte dalla precisione di una carta topografica. Ad esempio uno dei motivi della sconfitta delle truppe italiane ad Adua in Eritrea alla fine dell’800, fu proprio l’imprecisione delle carte.
In questo senso la Spedizione dei Mille fu preparata meglio.
Alla data del 25 aprile 1860 Cavour invia un dispaccio al proprio ambasciatore a Napoli con una richiesta che non lascia dubbi sull’imminenza di una svolta operativa. Anche a nome del collega Manfredo Fanti, ministro della Guerra, chiede l’invio sollecito di "10 o 12 esemplari della carta topografica della Sicilia in 4 fogli", di "12 copie della carta del Regno di Napoli dello Zanoni, o, in mancanza di questa, di altre rinomatissime carte del Regno delle Due Sicìlie". L’ambasciatore Villamarina provvede immediatamente, inoltrandole a Genova tramite il piroscafo Lombardo della Società Rubattino, una nave e una compagnia di navigazione destinati a giocare un ruolo rilevante negli avvenimenti delle settimane successive. L’ambasciatore Villamarina ha adottato una sola precauzione: le carte sono in numero ridotto rispetto agli esemplari richiesti, per non "risvegliare i sospetti del governo napoletano, messo all’improvviso di fronte a un acquisto massiccio di una carta che fino ad oggi dormiva nei cartoni dell’ufficio topografico".

Secondo il racconto tradizionale, all’insaputa del governo sardo, con il colpo di mano di Quarto (Genova), nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, alcuni ardimentosi guidati da Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi, si impadronirono dei vapori Piemonte e Lombardo, appartenenti alla Compagnia di navigazione Rubattino, consentendo così ai Mille di imbarcarsi per la Sicilia dopo aver prontamente "risposto all’appello del moderno capo degli Argonauti". Per singolare coincidenza, uno dei due piroscafi, Il Lombardo, appena nove giorni prima era stato utilizzato dal plenipotenziario sardo a Napoli Salvatore Pes di Villamarina per inviare a Cavour alcune copie di carte topografiche del Regno delle Due Sicilie. Se qualcuna di esse, casualmente, fosse stata dimenticata a bordo della nave, si sarebbe rivelata di grande utilità per facilitare gli spostamenti delle colonne militari garibaldine, senza che nessun rimprovero potesse essere mosso al governo sardo. I piroscafi erano stati consegnati attraverso i buoni uffici di un infedele quanto patriottico dipendente della società armatrice - il direttore Giovambattista Fauché - che si era detto disponibile a chiudere gli occhi in vista del colpo di mano sulle navi, impegnandosi in tal senso con Nino Bixio e con il medico e deputato garibaldino Agostino Bertani. Come avrebbe ricordato uno dei protagonisti dell’epopea - l’ufficiale livornese Giuseppe Bandi - quelle navi erano per altro "piroscafi vecchi e stravecchi", a malapena in grado di tenere il mare.
Esaminata con maggiore attenzione, la realtà si rivela un po’ meno romantica. L’artefice del colpo di mano non era solo un garibaldino della prima ora, già valoroso ufficiale segnalatosi nella difesa della Repubblica Romana (1849) e nella campagna di Lombardia (1859). Il genovese Nino Bixio faceva anche parte di quel ristrettissimo gruppo di ufficiali garibaldini - Medici, Sirtori, Cosenz - che godevano delle simpatie del conte di Cavour, come attesta, inoppugnabile, il Carteggio dello statista subalpino, prodigo di riconoscimenti verso il loro "coraggio e patriottismo". Sentimenti più che ricambiati, se Giacomo Medici poteva attribuire al conte "propositi italiani energici e nel tempo stesso assennati". Ma, soprattutto, Nino Bixio aveva la fortuna di avere come fratello il finanziere Alessandro, esule politico a Parigi fin dal 1830, poi naturalizzato francese, deputato alla Costituente parigina nel 1848, quindi legatissimo a Napoleone III e al conte di Cavour:
Questa parentela importante gli avrebbe assicurato una carriera fulminea e l’inquadramento come tenente generale - cioè un grado militare elevatissimo - nell’esercito regolare al termine di una campagna durata meno di cinque mesi.
Quanto a Raffaele Rubattino non era lo sprovveduto e ricco armatore al quale sfilare sotto il naso due piroscafi senza che se ne accorgesse. Era, invece, un avveduto uomo d’affari, da tempo a disposizione del governo sardo per azioni coperte; suo era stato anche il vapore Cagliari già utilizzato da Carlo Pisacane per la spedizione del 1857. Come avrebbe poi scritto lo storico Roberto Battaglia:
"Se s’è lasciato "rubare" con tanta buona grazia le sue navi da Garibaldi o da Pisacane, l’ha fatto indubbiamente per spirito patriottico, ma l’ha fatto anche perché convinto che in un modo o nell’altro, avrebbe ottenuto il risarcimento dei danni subiti per così arrischiate imprese".
Tratto da Martucci Roberto "L’invenzione dell’Italia unita", Sansoni, pag. 267

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