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Eufemismi per descrivere la guerra
Per gli inglesi, la Prima guerra mondiale ebbe inizio in un contesto di gergo e di delicatezza verbale, e procedette in un’atmosfera di eufemismi resi rigorosi e impenetrabili grazie a un linguaggio e una letteratura abilmente utilizzati, anche per i nomi delle nazioni. Quella che poi si sarebbe chiamata Jugoslavia, fino al 1914 era denominata Servia, e nessuno pensava che questa potesse essere una mancanza di gusto a livello internazionale. Ma con l’inizio della guerra quella denominazione relativa a un Paese amico non poteva più andare: suggeriva troppo l’idea di servaggio. Tra l’agosto del 1914 e l’aprile del 1915, quindi, il nome del Paese fu tranquillamente trasformato dai giornali in Serbia, e Serbia rimase “.

Scoppiata la guerra, i cani da pastore chiamati fino allora «tedeschi» divennero «alsaziani», e quando nel settembre 1914 il giovane Evelyn Waugh tornò a scuola trovò che molti ragazzi «avevano cambiato all’improvviso il nome anglicizzandolo: uno che per sua sfortuna si chiamava Kaiser era diventato ‘Kingsley’.».

Nessuno doveva sapere troppo.

Fino al 1916, i genitori di soldati giustiziati per «atti contro la disciplina militare» ricevevano la notizia in modo brutale, ma dopo l’agitazione condotta da Sylvia Pankhurst l’informazione venne data con un telegramma che comunicava la «morte per ferite». Coloro che redigevano i comunicati ufficiali quotidiani divennero abilissimi nel loro lavoro. Poco prima dell’attacco sulla Somme, Aitken dice che «cominciò a prendere nota dei comunicati che descrivevano stringatamente, o nella maggior parte dei casi evitavano di descrivere, i fatti avvenuti ogni notte sul fronte occidentale. In particolare, registrai una limitata selezione di aggettivi eufemistici, quali ‘accanito’ [sharp] e ‘vivace’ [brisk]; ad esempio ‘il nemico fu respinto dopo vivaci combattimenti’; ‘vi fu una accanita rappresaglia’, e simili». Più tardi, imparò che accanito o vivace avevano significati ben precisi: significavano che circa metà della compagnia era stata uccisa o ferita durante un’incursione. Aitken aggiunge: «Se in futuro uno storico dovesse basarsi totalmente su questi rapporti setacciati con tanta cura, finirebbe per esserne sviato».

Per la disinvoltura con cui maschera la verità, la palma spetta forse al manifesto che annunciava i termini del Military Service Act [Legge sull’arruolamento] del 1916:

TUTTI GLI UOMINI SCAPOLI

In ETÀ DA PRESTARE SERVIZIO...

POSSONO SCEGLIERE UNA DI QUESTE DUE SOLUZIONI

  1. ARRUOLARSI subito e raggiungere senza indugio l’esercito;
  2. PRESENTARSI SUBITO IN GRUPPO ed essere richiamati a tempo debito con il proprio gruppo.

E quindi abbiamo la perla, che anticipa il mondo di Comma 22 di Heller:

Se qualcuno non sceglie né l’una né l’altra soluzione, lo attende una terza soluzione:

VERRÀ RITENUTO SENZ’ALTRO ARRUOLATO...

Se le autorità ricorrevano agli eufemismi per nascondere la verità alla gente — gli ammutinamenti francesi del 1917 divennero atti di «indisciplina collettiva» — le truppe a loro volta vi ricorrevano per attenuare ai propri stessi occhi la verità. Ne è un esempio il concetto di «blighty wound» (ossia, la ferita che permetteva il ritorno in patria), dove blighty [l’Inghilterra, nel gergo militare] che connotava la casa, il conforto, la salvezza, doveva servire a rimuovere in gran parte il terrore della parola wound (ferita).

Naturalmente, c’era tutta una serie di eufemismi per indicare la morte. «Going west» (crepare) era considerato troppo affettato; più popolari erano espressioni come «to be knocked out» (essere messo fuori combattimento), «going out of it» (uscire di scena), «going under» (andare sotto).

I soldati divennero maestri nell’uso di forme passive, comuni tra la gente poco sicura sul piano culturale che le considera una forma di distinzione («Là fu vista una scena davvero strana…»); ma essi le usavano per evitare di indicare se stessi come autori di atti orribili o vergognosi. Ad esempio: «Ci furono dati dei sacchetti per raccogliere i resti dei cadaveri che potevano essere rinvenuti, ma venivano ricuperati soltanto piccoli pezzi».

E. N. Gladden evidentemente prova un poco di vergogna per la propria condotta a Messines nel 1917, quando sotto il fuoco tedesco il suo gruppo si disperde in un modo niente affatto militare e getta via le granate per fuggire più comodamente. Ed ecco come arriva a risolvere il problema: «Ci disperdemmo in gruppi sparpagliati e la maggior parte delle bombe Mills furono scaricate strada facendo».

Un uomo che ha ucciso trentotto suoi compatrioti ha bisogno di ricorrere il più possibile alla forma passiva per frapporre tra la sua decisione e il suo atto da un lato, e la sorte delle vittime dall’altro, la massima distanza possibile. Il tenente colonnello Graham Seton Hutchison, racconta come, durante la frenetica ritirata del marzo 1918, imbattutosi in un gruppo di quaranta uomini che si preparavano ad arrendersi ai tedeschi incalzanti riuscì ad impedirlo. Hutchison spiega:

“Una azione simile si sarebbe in breve tempo propagata come la peste nell’esercito, e questa è di una di quelle dure necessità militari che esigono un intervento pronto ed immediato. Non essendovi tra loro un comandante dotato di coraggio e iniziativa sufficienti a stroncarla con le parole, fu necessario stroncarla con le armi. Così fu fatto. Dei quaranta uomini che alzarono le braccia, trentotto furono giustiziati, con il risultato che il fatto non si ripeté più.”

(Il disgustato commento di William Moore merita di essere riportato: «Se ne avesse giustiziati due e catechizzato gli altri trentotto, la sua azione avrebbe avuto una logica ben più grande. Ma giustiziarne trentotto per catechizzarne due non ha proprio nessun senso»).

Non c’è da meravigliarsi se, ripensandoci in seguito, Hutchison abilmente usi la forma passiva.

Un uso trionfante della forma passiva, al fine di celare e attenuare gli elementi del fallimento è quello attuato dall’anonimo autore di un’apologia di 392 pagine, Sir Douglas Haig’s Big Push: The Baule of the Somme, non datata ma risalente senza dubbio al 1917. Quando l’autore arriva al punto in cui deve spiegare perché l’avanzata alla fine si arrestò, scrive: «L’inverno, che interruppe la Vittoria e concesse una proroga alla Sconfitta, era ormai alle porte, e per tutto il resto dell’anno nessun’altra avanzata fu da noi tentata».

Fussel Paul, “La Grande Guerra e la memoria moderna”, Il Mulino, pag. 223

Questo il commento di un nostro lettore, Francesco Bertolazzo:

Ho letto con emozione la pagina di "un anno sull’Altopiano" che hai riportato su nuova-storia il 20 gennaio. Una decina di anni fa mi sono trasferito in Veneto dal Piemonte e ho incominciato a girare in quei luoghi in giri in bicicletta d’estate e con gli sci da fondo in inverno. Per me fino ad allora la Prima guerra mondiale erano i racconti di mio nonno, i libri di scuola e poco più. Poi "per divertimento" ho preso ad andarci, ma tutto lassù ti richiama quegli anni di strage. La rete di strade militari è stata infatti riconvertita e adesso possiamo arrivare con gli sci o in bici in poche ore in posti dove ove metro è stato guadagnato e perduto con la vita di tanti ragazzi di allora. Sono posti che ti fanno pensare ancora oggi. 

Di recente ho letto sull’argomento

http://www.mursia.com/testimonianze/tappedelladisfatta.html di Fritz Weber, un ufficiale di artiglieria austriaco che ha vissuto tutta la guerra sul fronte italiano, dall’Ortigara a Caporetto. E’ notevole vedere come nello svolgimento del diario cambi il suo atteggiamento ed il suo modo di sentire.

Infine la segnalazione di un sito interessante:

E’ appena uscito il terzo numero di "Pomerivm", il trimestrale in formato PDF dell’Associazione NRI. Pomerivm può essere scaricato gratuitamente dal sito

http://www.novaromaitalia.org/pomerivm.htm

In questo numero:

-"Pisa: città medievale? No, città romana!"

Un excursus sulle origini, la vita, e quel che oggi ancora rimane dell’antica città romana in Toscana.

-"L’insurrezione dei Celtiberi e la presa di Numanzia"

Attraverso un articolo dalla veste chiara e piacevole, ripercorriamo le tappe che hanno condotto allo scontro fra le legioni romane e la roccaforte ispanica.

-"Un Ponte, degli Archi e una Porta non fanno una Via"

In un documentato articolo ecco presentate le ipotesi sull’antico tragitto della Via Triumphalis, il percorso seguito dai cortei trionfali dei generali vittoriosi.

-Intervista: il Prof. Mauro Ronzani risponde alle nostre domande sul tema "Il Cristianesimo nell’Impero Romano e fra le genti barbariche nei secoli III-VII".

-"Il Museo archeologico al teatro Romano di Verona"

Dopo Milano e Cagliari, questa volta il nostro inviato ha recensito per Pomerivm questo interessante museo veronese.

Buona lettura!

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