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Falsità sulla Libia del 1911.
“Tripoli bel suol d’amore”: canzone falsa e pericolosa

 

Eccone il testo:

Sai dove s’annida più florido il suol?
Sai dove sorrida più magico il sol?
Sul mar che ci lega coll’ Africa d’or,
La stella d’Italia ci addita un tesor.
Tripoli, bel suol d’amore ...

In verità quando nacque questa canzone, portata al successo dalla bellissima chanteuse Gea della Garisenda, poi moglie discreta e serena dell’industriale Borsalino, il popolo nostro, pur ammirando questo primo e fortunato binomio di fascino femminile e patriottismo, non sapeva certo dove s’annidasse tanta grazia di Dio, né si preoccupava di saperlo. E non sembri strano perché, fino ad allora, della Tripolitania nessuno s’era preoccupato di saper ciò che avrebbe dovuto sapere, compreso lo Stato Maggiore.

L’Inno a Tripoli. Le parole furono scritte dal giornalista Giovanni Corvetto del quotidiano La Stampa e la musica da Colombino Arona .

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 223

Per motivare l’opinione pubblica italiana a sostenere l’occupazione della Libia – allora sotto sovranità turca – i giornali inventarono frottole e visioni paradisiache di quello che era uno “scatolone pieno di sabbia”.

Giornalisti al soldo di Giolitti – ben lieti di rinvigorire lo spirito guerresco e nazionalista italico – presentarono un quadro che non corrispondeva al vero.

«… quanto più facile se ne illustra la conquista tanto più importante se ne ritiene il possesso per le immense ricchezze esistenti. Il deputato De Marinis assicura che «la Tripolitania ha importanti miniere di zolfo». Gualtiero Castellini alla domanda: cosa vale la Tripo litania ?, risponde con queste precise affermazioni:

«La Cirenaica , l’antica Pentapoli , la terra di Apollonia , di Tolemaide , di Berenice, deve la sua fortuna al fatto che non è separata dal mare da una zona simile alla Gefara di Tripoli: è tutta un florido altipiano, nominato in alcuni punti la ‘montagna verde... è la Cirenaica un piccolo Eden. Risalendo agli antichi mi è caro ricordare che Erodoto avvertiva che ben tre stagioni feconde allietassero annualmente quella terra ...

La ricchezza della flora è fantastica ...

L’altipiano della Cirenaica , l’antico orto delle Esperidi , è un solo frutteto. L’industria mineraria non è tenuta in conto; soltanto le saline, male lavorate, fruttano al Governo quasi un milione di franchi. Eppure miniere di zolfo, di fosfati , di minerali preziosi e perfino di diamanti si potrebbero esplorare nell’interno della regione, e facile sarebbe la raccolta della gomma ... »

Giuseppe Bevione completa questa visione estatica di così bella terra promessa aggiungendo: «L’oasi attorno a Tripoli vi ha creato ville e giardini, e ne ha fatto un piccolo paradiso. É la Mescilia . Da dieci giorni io la vado battendo a piedi, in carrozza, a dorso d’asino, a cavallo. La conosco ora palmo a palmo , in tutte le piaghe verdi e fonte del manto principesco che la ricopre. La palma da datteri è l’albero padre della floridezza nordafricana. La sua ombra copiosa permette al cereale di nascere e fruttiflcare . L’oasi di Tripoli, dicono, possiede due milioni di palme. Non so se la cifra sia esatta».

Non sarà esatta, perché Giuseppe Piazza della Tribuna c’informerà che le palme nell’oasi di Tripoli sono due milioni e mezzo e che l’ulivo vi cresce spontaneo e non curato e « produce annualmente sessantamila quintali di olive ».

Soltanto voci sporadiche ma oneste ed informate tenteranno di ricondurre l’opinione pubblica ad una visione più reale e pacata delle cose. Fra queste, per la sua onestà, spicca quella di Giuseppe Prezzolini che ricorderà, fra l’altro, l’inchiesta promossa dalla Jewish Territorial Organisation , diretta dal geologo inglese Gregory , per l’eventuale possibilità d’installare in Tripolitania una colonia ebraica. Inchiesta che si era conclusa molto poco positivamente. Domanda Prezzolini :

«Che titoli possono contrapporre i Bevione , i Piazza , i Castellini ed Enrico Corradini ... e se non titoli, che pratica, che esperienza, che dottrina, in questioni di geologia, idraulica, colonizzazione, botanica? Ed in mancanza di questo, possono essi competere, essi che non hanno toccato se non due porti della Cirenaica , con una Commissione che oltre i porti ha accuratamente visitato e studiato l’interno del Paese?»

Sicché Gaetano Salvemini , tanto giustamente quanto ingenuamente, imprecherà contro così cattivi persuasori della pubblica opinione, con queste parole:

«Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata. Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature straniere, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero , perché lasciarono che il Paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità? La risposta a queste domande non potrà essere molto lusinghiera per la nostra generazione ».

E lo Stato Maggiore sapeva cosa avrebbe trovato in Tripolitania? Non alludiamo certo ai palmizi o alle miniere di zolfo, o alla gomma, ma alla conoscenza delle forze turco-arabe e alla consistenza di tutto l’apparato militare nemico che avremmo dovuto affrontare.

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 231

 

Nel frattempo nel territorio in via d’occupazione i militari vanno con i piedi di piombo:

Prudenza del generale Caneva in Libia

Così rimarremo asserragliati a Tripoli, protetta la notte dalle navi ancorate nella rada, e limitandoci a piccole operazioni e a qualche prudente sortita. Riprenderemo, è vero, il fortino di Sidi Messni e quello di Henni , ma poi lo stesso generale De Chaurand che ha effettuato questa piccola azione si affretterà a dichiarare: «Non sembrava il caso di avventurarsi nel deserto sconosciuto, andando incontro a rischi e sofferenze, per conseguire risultati nominali, davanti ad un avversario pratico dei luoghi, che avrebbe fatto il vuoto dileguandosi, pronto a colpire di sorpresa .

Così passava il tempo. E quando il generale Caneva , timidamente, ordinò al generale Frugoni , comandante del 10 Corpo d’Armata speciale, di studiare ed eventualmente attuare la conquista del Garian , questi dimostrò ancor maggiore prudenza del suo capo . « Non compete a me », rispose al Caneva , « indagare se e in quanto le condizioni politiche internazionali possano imporre al Corpo di Spedizione in Tripoli, fin da quest’ anno, la marcia sul Garian per creare una situazione a noi più favorevole per la conclusione della pace con la Turchia. L’esperienza delle analoghe guerre colo niali, combattute dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Spagna, potrebbe consigliare l’attesa di migliori condizioni prima di avventurarci in un’operazione di così grande importanza, e che richiede forze ragguardevoli e mezzi competenti. D’altra parte le attuali condizioni politiche della Tripolitania non sembrano molto favorevoli per una tale spedizione ».

Questa visione della guerra d’assedio, difensiva, ninunciataria , non era certo quella che desiderava il Pollio , ma è quella che desiderava il Caneva , perché, è quasi ridicolo il dirio , il nemico era troppo bravo. Ed il Caneva non lo pensa solamente, ma lo spiffera a tutti i dipendenti con questa «Circolare» per invitarli «ad opporre all’arditezza del nemico la prudenza, alla sua destrezza, la vigilanza, alla sua mobilità, la nostra c alma». E spiega anche come e quando va attuata: « Deve esplicarsi », scrive, « nei modi dell’avanzata, nella formazione e nella manovra ». La calma, invece, deve esplicarsi « nel seguirne i movimenti e nel contrastarli con fuoco ben mirato. Assolutamente non ci si deve lasciar trascinare da quella celerità di tiro ad un fuoco quanto violento altrettanto snervante, e, quel che è peggio, quasi completamente inutile contro un nemico che si presenta sempre sparpagliato e che sa utilizzare assai bene il terreno sia nelle avanzate, sia nell’appostarsi».

Il generale Pollio , uomo di ampia cultura, di fine umorismo e di ampia comprensione, perse questa volta le staffe e, pur nei dovuti modi, così redarguisce il Caneva : « Vostra Eccellenza scrive che ‘all ’arditezza del nemico noi possiamo opporre la prudenza’ . Avrei desiderato che in sostituzione della parola prudenza, la quale potrebbe suonar male all’orecchio del soldato, fosse stato scritto: ‘ manovra tattica, superiorità delle forze nemiche, disciplina, superiorità del tiro’ . Sarebbe stato certo meglio non usare una parola che è in singolare contrasto con la giusta osservazione fatta nella circolare stessa che ‘alle piccole distanze il miglior mezzo di azione contro i nostri avversari è la baionetta’ ».

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 249

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