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ci segnala un episodio della storia dell’Asia Minore avvenuto nell’ultimo
secolo:
Il Genocidio degli Armeni
Una delle pagine più
oscure, ed al tempo stesso meno divulgate, della storia é quella
del genocidio perpetrato, dall’Impero Ottomano prima e dai Giovani Turchi
poi, ai danni delle popolazioni armene stanziate da sempre sul territorio
che comprendeva la parte nord-orientale dell’attuale Turchia e sulle terre
a nord dell’Impero Persiano su fino alle cime del Caucaso.
La storia ci racconta di una nazione eternamente contesa e frazionata
tra molti grandi imperi, Persiano, Ottomano, Russo, e continuamente devastata
ed angariata da frotte di invasori quali i Turchi Selgiuchidi od i Mongoli.
Gli armeni dall’antichità
al XVIII secolo
Le radici di questo popolo
affondano già nel primo millennio a.C. quando, nel VII secolo gli
armeni giunsero dalla Frigia, anche se la loro presenza nella regione
anatolica è testimoniata da documenti storici già prima
del 3000 a.C. Qui si fusero con la popolazione hurrita discendente degli
antichi regni preesistenti (in particolare dei proto-celti Gutei, dapprima
avanguargia delle armate del primo conquistatore del mondo, il sumero
SARGON di AKKAD e poi distruttori del suo dominio).
Questa zona, però, era di fondamentale importanza per il controllo
delle vie di comunicazione tra Oriente ed Occidente ed il suo possesso
fu a lungo conteso dalle maggiori potenze militari dell’epoca. Gli armeni
videro perciò passare sulle loro terre persiani, greci, romani
ed arabi ma, anche grazie alla rivalità esistenti tra le varie
potenze, riuscirono a sopravvivere ad ognuna di esse ed a raggiungere
in alcuni momenti della storia, la piena indipendenza,anzi, divennero
loro i signori di vasti imperi.
Tra il IV ed il VI secolo il popolo armeno definisce le caratteristiche
che lo identificheranno in futuro abbracciando, per opera di San Gregrorio
l’Illuminatore (da cui la Chiesa nazionale armena è anche detta
"Gregoriana") come religione di stato il cristianesimo (primi
al mondo) nell’anno 301.
I Prelati armeni (come anche quelli persiani e quelli indiani), dato il
caos delle vie di comunicazione, seguito alla crisi dell’autorità
romana, raggiunsero Calcedonia quando il Concilio era già finito.
Per protesta contro tale "sgarbo"persiani ed indiani sposarono
la visione nestoriana che era stata condannata. Gli armeni furono più
"furbi". Si studiarono una via di mezzo tra le tesi approvate
e quelle monofisite, ugualmente condannate.Tali peculiarità e la
fissazione come propria lingua dell’armeno, con un proprio alfabeto diverso
sia da quello latino che da quelli greco, arabo e cirillico, contribuiranno
al mantenimento della propria autonomia culturale e politica, tanto nei
riguardi dell’occidente, quanto verso i paesi confinanti di fede musulmana
o bizantina.
Nell’undicesimo secolo l’invasione dei Turchi Selgiuchidi mette in ginocchio
il paese e costringe parte della popolazione alla fuga in Cilicia, dove
un principe discendente dell’antichissima dinastia imperiale dei Bagratidi,
fonda il regno della Piccola Armenia (1080-1375).
In questo periodo, dal contatto con i crociati, nascono i primi tentativi
di riunione con Roma, coronati dalla nascita di Patriarcati di armeni
cattolici (1307). Seguiranno tre secoli di relativa pace, rotta, all’inizio
del XVI secolo, dall’invasione ottomana che occupa la parte occidentale
dell’Armenia mentre quella orientale resta sotto il dominio persiano.
L’Impero Ottomano non attua una politica marcatamente repressiva nei confronti
delle minoranze interne ma impone comunque, su tutto il suo territorio,
la Sharia, la legge coranica, quale unica fonte di diritto, ed il popolo
armeno, in quanto cristiano, dovette subire pesanti discriminazioni.
L’inizio del genocidio
Fino al XVIII secolo la condizione
armena non segna sostanziali modifiche (tranne l’arrivo, tra la fine del
XVII ed i primi del XVIII secolo, benevolmente tollerato dai Turchi, di
missionari protestanti tedeschi ed inglesi che sono all’origine di chiese
protestanti armene). L’avvio del declino della potenza ottomana e la nascita
del sentimento nazionale armeno, contemporaneamente alla conquista dell’indipendenza
del popolo greco, aprono possibilità fino ad allora sconosciute.
La simultanea sollevazione dei popoli caucasici a reclamare la propria
indipendenza e l’annessione da parte dell’Impero Russo di gran parte dell’Armenia
Orientale (1828), concorrono a spezzare gli equilibri esistenti.
Inoltre anche le maggiori potenze europee, ansiose di accrescere i propri
interessi nell’area, premono sull’Impero pretendendo delle riforme interne
che la Sublime Porta si vede costretta a prendere in considerazione. In
questo clima effervescente l’azione armena si esplica su due fronti: il
primo a Costantinopoli, dove il Patriarcato Armeno solleva la questione
del riconoscimento della specificità armena, il secondo in Armenia
dove nascono i primi partiti rivoluzionari armeni clandestini.
Il Sultano Abdul Hamid II, preoccupato dall’attivismo armeno ed anche
dallo sviluppo economico che questo popolo sta vivendo, decide di mettere
alla prova le titubanti potenze straniere punendo la popolazione armena
con l’esecuzione di alcuni pogrom durante i quali vengono uccisi 200.000
(300.000 secondo altre fonti) armeni nel periodo compreso tra il 1895
ed il 1907.
Tutto questo avviene sotto gli occhi delle potenze europee che, come spesso
faranno anche in futuro, non riescono a prendere alcuna iniziativa concreta
in difesa delle popolazioni angariate. A questo periodo risalgono dei
discorsi di Mussolini sulla questione armeno-curda, pubblicati nel 1999
dalla rivista "Orientamenti".
La reazione armena consiste nell’intraprendere la guerriglia e nella creazione
della Federazione Rivoluzionaria Armena, detta anche Dachnak, con basi
nella vicina Armenia Russa e fortemente sostenuta dalle popolazioni locali.
I Giovani Turchi
Una nuova speranza, presto
disillusa, nasce quando anche il potere imperiale giunge al collasso e
prende sempre più forza il movimento rivoluzionario dei Giovani
Turchi, caratterizzati da un forte nazionalismo turco. Essi sembrano intenzionati
ad abbattere il sistema imperiale per poi creare una federazione di tutti
i popoli precedentemente inclusi nell’Impero. Ovviamente le concezioni
di nazionalismo turco e di una federazione ottomana sono decisamente antitetiche
e questo porterà a considerare l’elemento armeno come un pericolo
interno da combattere ed annientare.
Già nel 1909 avvengono i primi massacri: in Cilicia 30.000 armeni
vengono uccisi dalle forze del loro partito Ittihad ve Terakki (Unione
e Progresso). Tutto ciò fu conseguenza dell’ideologia che aveva
ormai impregnato l’intero partito, formata di panturchismo, caratterizzato
da tratti nazionalisti-irredentisti di tipo mazziniano, (né più
né meno del contemporaneo sionismo ebraico).
L’unione tra indipendenza nazionale e purezza razziale furono la premessa
per la conquista dell’allora provincia russa dell’Azerbaigian. Tra essa
e la Turchia vi erano però proprio in mezzo le terre armene. Questa
nuova campagna di conquista fornisce ai Giovani Turchi la giustificazione
per l’eliminazione del "pericolo armeno".
Nel 1914 la situazione armena peggiora irrimediabilmente. In quell’anno
infatti il governo turco decide di entrare in guerra a fianco degli imperi
centrali e subito si lancia alla conquista dei territori azeri "irredenti".
La Terza Armata turca, impreparata, male equipaggiata, mandata allo sbaraglio
in condizioni climatiche ostili, viene presto sbaragliata a Sarikamish
nel gennaio 1915 dalle forze Russe. L’esercito turco indica i responsabili
della disfatta negli armeni che, allo scoppio della guerra avevano comunque
assicurato la propria lealtà a sostegno all’impresa turca (tranne
pochissime tribù che si erano unite alla rivolta degli Assiro-caldei).
Il clima si fa sempre più teso e, tra il dicembre del ’14 ed il
febbraio del ’15, il Comitato Centrale del partito Unione e Progresso,
diretto dai medici Nazim e Behaeddine Chakir, decide la soppressione totale
degli armeni. Vengono creati speciali battaglioni irregolari, detti tchété,
in cui militano molti detenuti comuni appositamente liberati; essi hanno
addirittura autorità sui governi ed i prefetti locali e quindi
godono di un potere pressoché assoluto.
L’eliminazione sistematica prende l’avvio nel 1915, quando i battaglioni
regolari armeni vengono disarmati, riuniti in gruppi di lavoro ed eliminati
di nascosto. Il piano turco, pensato e diretto dal Ministro dell’Interno
Talaat Pascià, prosegue poi con la soppressione della comunità
di Costantinopoli ed in particolare della ricca ed operosa borghesia armena:
tra il 24, che resta a segnare la data commemorativa del genocidio, ed
il 25 aprile 1915, 2.345 notabili armeni vengono arrestati mentre tra
il maggio ed il luglio del 1915 gli armeni delle province orientali di
Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput vengono
sterminati.
Solo i residenti della provincia di Van riescono a riparare in Russia
grazie ad una provvidenziale avanzata dell’esercito zarista.
Nelle città viene diffuso un bando che intima alla popolazione
armena di prepararsi per essere deportata; si formano così grandi
colonne nelle quali gli uomini validi vengono raggruppati, portati al
di fuori delle città e qui sterminati. Il resto della popolazione
viene indirizzato verso Aleppo ma la città verrà raggiunta
solo da pochi superstiti: i nomadi curdi, l’ostilità della popolazione
turca, i tchété e le inumane condizioni a cui sono sottoposti
fanno si che i deportati periscano in gran numero lungo il cammino. Dopo
la conclusione delle operazioni neppure un armeno era rimasto in vita
in queste province.
La seconda parte del piano
prevedeva il genocidio della popolazione armena restante, sparsa su tutto
il resto del territorio. Tra l’agosto del 1915 ed il luglio del 1916 gli
armeni catturati vengono riuniti in carovane e, malgrado le condizioni
inumane cui vengono costretti, riescono a raggiungere quasi integre Aleppo
mentre un’altra parte di deportati viene diretta verso Deir es-Zor, in
Mesopotamia. Lungo il cammino, i prigionieri, lasciati senza cibo, acqua
e scorta, muoiono a migliaia. Per i pochi sopravvissuti la sorte non sarà
migliore: periranno di stenti nel deserto o bruciati vivi rinchiusi in
caverne. A queste atrocità scamperanno solo gli armeni di Costantinopoli,
vicini alle ambasciate europee, quelli di Smirne, protetti dal generale
tedesco Liman Von Sanders, gli armeni del Libano e quelli palestinesi.
Il consuntivo numerico di questo piano criminale risulta alla fine: da
1.000.000 a 1.500.000 di armeni vengono eliminati nelle maniere più
atroci. In pratica i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero
Ottomano è stata soppressa e, regioni per millenni abitate da armeni,
non ne vedranno più, in futuro, nemmeno uno. Circa 100.000 bambini
vengono prelevati da famiglie turche o curde (questi ultimi, per certi
versi, i più "fortunati") e da esse allevati smarrendo
così tutti la propria lingua e, tranne coloro che capitarono in
famiglie di curdi cristiani, la propria fede. Considerando tutti gli armeni
scampati al massacro, il loro numero non supera le 600.000. Su tutte valga
la testimonianza del Console italiano Giovanni Gorrini che così
scrisse:
"Dal 24 giugno non ho più dormito ne mangiato. Ero preso da
crisi di nervi e da nausea al tormento di dover assistere all’esecuzione
di massa di quegli innocenti ed inermi persone. Le crudeli cacce all’uomo,
le centinaia di cadaveri sulle strade, le donne ed i bambini caricati
a bordo delle navi e poi fatti annegare, le deportazioni nel deserto:
questi sono i ricordi che mi tormentano l’anima e quasi fanno perdere
la ragione."
Anche l’intervento della Santa
Sede tramite il Papa Benedetto XV non produsse alcun effetto. Successivamente,
approfittando degli sconvolgimenti in corso in Russia a causa della rivoluzione,
gli armeni sotto il controllo dell’impero zarista si ribellano e, il 28
maggio 1918, dichiarano la propria indipendenza. In seguito, dopo la presa
di alcuni territori nell’Armenia turca, verrà proclamata la nascita
della Repubblica Armena. Durante i lavori del Trattato di Sevrès
venne perfino riconosciuta l’indipendenza al popolo armeno e la sua sovranità
su gran parte dei territori dell’Armenia storica ma, come altre volte
in futuro, tutto resterà solo sulla carta.
Infatti il successivo Trattato di Losanna (1923) annullerà il precedente
negando alle popolo armeno persino il riconoscimento della sua stessa
esistenza.
La caduta del regime turco alla fine della Grande Guerra e la seguente
ascesa alla guida del paese di Kemal Ataturk non cambiò la situazione,
se non forse in peggio. Infatti, tra il 1920 ed il 1922, con l’attacco
alla Cilicia armena ed il Massacro di Smirne, il nuovo governo portò
a compimento il genocidio. Dopo questi ultimi crimini non un solo armeno
vivo lasciò traccia in Turchia (tranne pochissimi che si erano
convertiti all’Islam).
Il processo di Costantinopoli
La disfatta ottomana nella
grande Guerra spinse i principali responsabili del genocidio ad abbandonare
il paese e molti di essi fuggirono in Germania. A loro carico venne intentato
un processo svoltosi nel 1919 a Costantinopoli sotto la direzione di Damad
Ferid Pascià. Lo scopo non era evidentemente quello di rendere
giustizia al martoriato popolo armeno, ma di addossare le colpe dell’accaduto
sulle spalle dei Giovani Turchi, discolpando al tempo stesso la nazione
turca in quanto tale.
Il risvolto pratico del processo fu minimo in quanto, nei confronti dei
condannati, non vennero mai presentate richieste di estradizione e successivamente
i verdetti della corte vennero annullati. L’importanza del procedimento
sta comunque nel fatto che, durante il suo svolgimento, vennero raccolte
molte testimonianze che descrivono le varie fasi del genocidio a partire
proprio dalle dichiarazioni di chi ne era stato artefice Altri processi
vennero tenuti a riguardo di specifiche situazioni. A seguito di quello
per i massacri del convoglio di Yozgat venne condannato il vice-governatore
Kemal. Nel processo di Trebisonda si ammise la responsabilità del
governatore e si descrisse il modo in cui venivano perpetrate gli annegamenti
di donne e bambini. Nel processo per il massacro nella città di
Karput venne giudicato in contumacia Behaeddin Chakir e si descrisse dettagliatamente
il ruolo dell’Organizzazione Speciale.
A seguito però della riluttanza delle autorità turche ed
alleate ad eseguire le sentenze da loro stesse emesse, il partito Dashnag
creò un’organizzazione di giustizieri armeni che si incaricò
di eliminare alcuni tra i principali responsabili del genocidio. Vennero
così freddati Behaeddin Chakir, Djemal Azmi (il boia di Trebisonda),
Djemal Pascià (componente del triumvirato dirigente dei Giovani
Turchi) e l’ex Ministro degli Interni Talaat ucciso per le strade di Berlino
il 15 marzo del 1921 da Solomon Tehlirian.
In quest’ultimo caso le colpe a carico di Talaat emerse durante il processo
furono talmente terrificanti da far assolvere Tehlirian per l’omicidio
da lui compiuto.
Il riconoscimento del Genocidio
da parte della comunità internazionale
Il genocidio armeno è
stato riconosciuto come realtà storica di cui la Turchia dovrà
farsi carico in diverse sedi. L’ONU, anche se in sordina, lo ha fatto
il 29 agosto del 1985 mentre il Parlamento Europeo si è pronunciato
in proposito il 18 giugno 1997. Tra le prime nazione attivatesi in questo
senso vi sono l’Uruguay ed alcuni stati degli USA (Massacjusetts, California,
New Jersey, New York, Wisconsin, Pennsylvania, Rhode Island,Virginia ed
Illinois in ordine di tempo a partire dal 1978 al 1995) mentre nè
il Governo statunitense, nè il Consiglio di Stato hanno preso iniziative
simili. Anche la Duma della Federazione Russa ha ufficialmente riconosciuto
quanto accaduto agli armeni.
Per quanto riguarda l’Italia sono state prese iniziative a livello comunale
quali quelle di Milano, nel novembre ’97 e di Roma. Inoltre per il giorno
31/3/2000 è stata posta all’ordine del giorno della Camera una
mozione, presentata già nel ’98 dall’onorevole G. Pagliarini (Lega
Nord per l’Indipendenza della Padania) e sottoscritta da 165 deputati
di vari partiti, che mira al riconoscimento, da parte del Governo Italiano,
del genocidio armeno. Dopo lunga attesa questa mozione è stata
accantonata dall´allora maggioranza (governo Amato) definendo il
momento storico-politico non opportuno per approvare il documento.
A tutt’oggi il riconoscimento del genocidio da parte della comunità
internazionale sembra ancora ben lontano dall’essere una realtà
ed i timidi tentativi, quali quello dell’Assemblea Nazionale Francese,
di dare dignità storica ai fatti avvenuti in quegli anni sono stati
tutti immediatamente insabbiati dalle inconsulte reazioni turche e dal
vergognoso silenzio-assenso delle grandi potenze, primi fra tutti gli
USA, che hanno sempre dato maggiore importanza ai propri interessi politici
ed economici piuttosto che alla giustizia ed al rispetto di quei principi
morali ai cui spesso loro stessi fanno appello e di cui si sentono custodi.
7 novembre 2000: Il Parlamento Europeo riconosce ufficialmente il Genocidio.
In una seduta del Parlamento europeo è stato ufficializzato un
documento che riconosce ufficialmente i fatti del 1915. Il documento ha
una grande valenza storico-politica sia perché rende giustizia
al popolo armeno ma anche perché pone chiaramente alla Turchia
la questione in funzione della sua candidatura per l’ingresso nella Comunità
Europea.
8 novembre 2000: Il Senato francese riconosce ufficialmente il Genocidio.
Anche il Senato Francese nella seduta del 8 novembre 2000 ha riconosciuto
il Genocidio armeno con un unico articolo che recita: "La Francia
riconosce pubblicamente il genocidio armeno del 1915". Il Testo è
stato approvato con 164 voti a favore e 40 contro.
9 novembre 2000: Il Papa riconosce il genocidio. Il Patriarca degli armeni,
Katholicos Karekin II, è stato ricevuto in Vaticano dal Papa Giovanni
Paolo II ed insieme hanno pregato in una suggestiva cerimonia svoltasi
nella basilica di San Pietro. Il Papa ha inoltra ricordato le persecuzioni
subite dagli armeni a causa della propria fede cristiana mentre in un
comunicato congiunto con il Katholicos armeno ha denunciato il genocidio
compiuto dai Turchi dichiarando che "il genocidio degli armeni, che
ha dato inizio al secolo, è stato il prologo agli orrori che sarebbero
seguiti".
7 novembre 2000: La camera dei deputati italiana ammette il genocidio.
Ha finalmente discusso ed approvato, dopo anni di lunghe insistenze, un
documento che chiede formalmente alla Turchia di riconoscere il genocidio
degli armeni e di ristabilire relazioni diplomatiche e commerciali con
la Repubblica armena abolendo l’embargo attuato contro di essa. La risoluzione
è stata sottoscritta da parlamentari e capigruppi di tutte le aree
politiche. Anche in questo caso il governo turco ha reagito in malo modo,
minacciando addirittura la possibilità di riconsiderare la sua
richiesta di ingresso nell’unione europea definendo la mozione approvata
"infelice" ed il comportamento del Parlamento italiano "poco
serio".
Breve Bibliografia
Per saperne di più sugli Armeni segnalo il sito della Comunità
Armena: http://www.comunitaarmena.it/comunicati/ararat%20-%20Giornale%20del%20Popolo.html
Un utile testo di riferimento
per approfondire la vicenda armena, ma anche molti altri genocidi del
XX secolo, è costituito dal testo di Yves Ternon "Lo Stato
Criminale".
Un altro testo molto sintetico ma altrettanto significativo è "Breve
Storia del Genocidio Armeno" di Claude Mutafian e Metz Yeghérn
ed. Guerini ed Associati, che ripercorre tutte le fasi del genocidio in
modo preciso ed essenziale.
Un testo fondamentale è "I quaranta giorni del Mussa Dagh"
scritto nel 1933 da F. Werfel ed edito da Mondadori. A questo testo si
deve in pratica la memoria che in Italia si ha del genocidio.
Un secondo romanzo molto toccante e significativo scritto da V. Katcha
è "Il pugnale nel giardino. La saga degli Armeni" edito
da Sonzogno nel 1982.
Il testo HAYASTAN, Diario di un viaggio in Armenia scritto da Alice Tachdjian
Polgrossi è un reportage che parla degli armeni e della loro repubblica.
Edizioni del Girasole.
Per alcune notizie sulla storia degli armeni gregoriani è utile
il testo "Le minoranze religiose in Italia" di Silvio Ferrari
e Giovan Battista Varnier, edizioni San Paolo.
Tutti i volumi di P. Kuciukian come "Le terre di Nairì. Viaggi
in Armenia" editi da Guerini.
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