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Investire sull’istruzione pubblica

Ci scrive Raffaele Ibba, circa l’ultimo messaggio su “Razzismo e integralismo”.

“Interessante articolo, che coincide col fatto che sto leggendo "Saggio sul totalitarismo" di Hannah Arendt,

C’è una categoria interpretativa che la Arendt usa per comprendere il totalitarismo: la categoria di massa e atomizzazione/emarginazione/implosione dei membri della massa; che si trovano così privi di una identità riconoscibile e di un ruolo sociale e culturale altrettanto riconoscibile - innanzitutto a loro stessi.

Per cui agiscono nei termini del rifiuto del mondo che li ha esclusi (quello capitalistico, liberale e borghese) e si identificano con tutto quello che gli dà speranza di ruolo e, al tempo stesso, fede nella distruzione di coloro che li hanno distrutti (cioè il mondo capitalistico).

Questa interpretazione è, a mio avviso, fondamentale poiché chiarisce una questione di fondo.

In una società che continuamente produce emarginazione sociale e mutamento nelle proprie condizioni reali di esistenza (com’è di fatto la società capitalistica) occorre una grande stabilità di ruolo sociale e di identità culturale per non farsi trascinare dalla foga della perdita di identità.

Ma questa stabilità sociale e culturale - intesa come legami interindividuali di lavoro e di ruolo sociale e come elementi di stabilità della propria cultura, nel senso di sapere (per esempio e sopratutto) che "cultura in senso proprio" è solo la capacità di apprendere, cioè di mettere continuamente in discussione gli elementi di fondo delle proprie conoscenze e (insieme) la consapevolezza che questo lavoro non è mai "un lavoro solo individuale" ma invece sempre comunicativo (cioè fatto scambiando informazioni e analisi con altri) - questa stabilità prevede un colossale investimento nell’istruzione pubblica.

Vale a dire che se il sistema economico produce emarginazione (il continuo turn over dei dipendenti, per esempio, derivato dalla necessità di moltiplicare il capitale risparmiando su tutto, sopratutto sul lavoro) a questa continua destabilizzazione si può reagire producendo investimenti sociali e di lavoro in settori di attività autogestiti e socialmente utili. Un esempio sono delle figure economiche che esistono sicuramente in Africa, ma anche qui da noi, le quali producono beni e servizi a partire dagli scarti del sistema capitalistico: un esempio potrebbe essere (credo, ma non ho fatto nessuna analisi in proposito) quei negozi che offrono la possibilità di vendere e acquistare quei beni che noi un tempo abbiamo acquistato e non ci servono più, ma che forse servono ad altri; un altro esempio - più circostanziato e quindi meno valido - sono le attività di riciclaggio delle immondezze prodotte dal sistema avanzato dove, a parte le gestioni industriali e quelle delinquenziali, esistono settori di attività che riciclano scarti e avanzi del mercato e generalmente a basso prezzo (per esempio nell’informatica per quel che ne so io).

Ma se questo ridà un ruolo per farlo durare nel tempo occorre una stabilità di sé almeno culturale; se questa stabilità manca (per esempio, perché tuo padre è andato a lavorare a Parigi vent’anni fa dal Burkina Faso, e tua mandre lo ha raggiunto solo dieci anni fa e tu sei vissuto quindi un poco nel Burkina Faso senza sapere bene di che vivere e col padre lontano e poi ti ritrovi a Parigi a dieci anni sapendo ancora meno che cosa devi fare e privo di qualsiasi strumento per decifrare il mondo che ti circonda) allora la soluzione non può essere altro che quella che la Arendt decifra nella origine del totalitarismo.

Per evitarlo lo stato liberale e borghese ha un grande strumento a disposizione: l’istruzione pubblica.

Ma utilizzare l’istruzione pubblica per contrastare e gestire questi fenomeni prevede tre cose (almeno):

1°. Un investimento di capitali enorme - tipo le cifre delle spese militari investite invece nell’istruzione, e questo per le semplici ragioni che: 1°.a - chi è mandato a farlo deve essere motivato (cioè bisogna avere i migliori elementi della società a disposizione), 1°.b - deve avere strumenti flessibili e perfezionabili di continuo (cosa che costa, come avere la possibilità di gestire un pc portatile per tre giorni e poi abbandonarlo per utilizzare solo dei barattoli usati, se questi sono ciò che al momento servono - l’amministrazione dell’istruzione deve seguire le esigenze dell’apprendimento/insegnamento e non sovrapporsi ad esse) 1°.c - infine deve avere la possibilità di utilizzare strutture fisiche non solo efficienti ma anche "belle" cioè tali da incutere ammirazione e rispetto involontario (la possibilità di usarle e non l’obbligo: una istruzione del genere è necessariamente flessibile);

2°. un apprendimento del nostro patrimonio culturale che sia assolutamente "laico", cioè privo di riferimenti di fede e di esclusività: chi insegna apprende anche dai suoi studenti e allora non può presentarsi con la presunzione di infallibilità; per esempio il cristianesimo è sicuramente superiore all’animismo: questo non può essere detto ma solo appreso, ovvero la cosa è oggetto di apprendimento, quindi di una discussione e di un confronto in cui ciò che si chiede - quello che si insegna per davvero - è soltanto di apprendere tutti insieme la capacità di confrontarsi attraverso l’esplorazione di patrimoni culturali differenti e messi a confronto;

3. la capacità di essere "intolleranti" verso tutti i comportamenti che negano il punto 2°, cioè il confronto.

 Ma è evidente che queste tre cose non verranno mai fatte da una società capitalistica: per la banale ragione che a questo punto non sarei il solo - o uno dei pochi - a chiedermi per quale caspita di motivo Bill Gates (nome scelto non a caso) debba essere ricco come è ricco, visto che tutta la sua ricchezza dipende solo da meccanismi giuridici e non dal fatto del suo lavoro (in tutti i sensi) bensì solo dal lavoro altrui e dall’altrui genialità di cui lui si appropria, liberamente, in un mercato.

Per cui l’emarginazione e la ricerca di soluzioni totalitarie cresceranno inevitabilmente nei prossimi anni.”

Questo ci ha scritto Raffaele Ibba.

Aggiungo in coda un altro commento. Agostino Falconetti ci segnala cosa riporta uno dei nuovi libri di Storia contemporanea adottato da numerose scuole medie; il brano è tratto dal Capitolo 2, paragrafo 1 “La Sinistra storica al potere”:
"Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi; inoltre amministravano le finanze statali con la stessa attenzione con cui curavano i propri patrimoni. Gli uomini della Sinistra, invece, sono professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi. La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico"
(Bellesini Federica, "I nuovi sentieri della Storia. Il Novecento", Istit. Geogr. De Agostini, 2003, Novara)
”Invito tutti voi – ci scrive Agostino Falconetti - a riflettere su ciò che ci aspetta; se questa è la nuova Italia con la sua nuova Storia, c’è di che raccapricciarsi. Mi auguro che facciate circolare questa chicca e possiate porre fine a questo scempio, magari segnalando altre perle morattiane.”

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