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Irak e briganti nel 1880

Insistere sull’Irak oggi sembra doveroso.
Vi segnalo un brano interessante. Siamo nel 1880: ne è autore Sir Austen Henry Layard, "Early Adventures in Persia, Susiana and Babylonia". Lo cita Gianni Guadalupi in "Orienti", Feltrinelli, pag. 163.
Narra del viaggio di un inglese in quella che un tempo era una provincia periferica e poco sicura dell’Impero Ottomano. Voleva raggiungere Baghdad e ci arriverà, ma nudo come un verme, spogliato di tutto persino delle scarpe, scampando ad un agguato dopo l’altro.

" Lasciai Bassora poco dopo mezzogiorno con il corriere, che era accompagnato da un altro arabo. Entrambi erano Agayl, tribù imbastardita composta da famiglie arabe di varie parti del deserto. Gli uomini di questa tribù vengono impiegati soprattutto per trasportare la corrispondenza attraverso la Mesopotamia e come scorta e guide delle carovane, perché sono in rapporti amichevoli con i beduini, che li riconoscono come appartenenti al loro stesso ceppo, e pertanto li molestano raramente.
Montavamo robusti cavalli abituati a compiere lunghi tragitti con poca acqua e poco foraggio, perché il corriere era costretto a evitare gli arabi accampati presso il fiume e nelle paludi, che derubano chiunque passi. Indossavo indumenti arabi: la keffiyeh a proteggermi il volto dal sole e a nascondere le mie fattezze se necessario; lo zibbun o lunga veste di chintz, e l’abba, o mantello di pelle di capra, bianco con bande nere ricamate, tipico degli arabi della Mesopotamia.
Ero dunque perfettamente travestito, e potevo passare inosservato a patto di non aprire bocca.
Guadammo tre miglia di paludi prima di raggiungere il luogo in cui si trovavano i resti dell’antica Bassora, chiamato Zebir. Qui facemmo una breve sosta in una capanna che serviva da caffetteria, e poi, abbandonando il fiume e i pantani, entrammo nel deserto. Cavalcammo attraverso una desolata solitudine continuamente all’erta. Chiunque appaia all’orizzonte deve essere considerato un predone o un nemico, e di conseguenza evitato. Ma non vedemmo anima viva. Verso mezzanotte gli Agayl ritennero che potessimo avvicinarci senza correre troppi rischi alle paludi che si estendono a grande distanza dal corso principale dell’Eufrate, per abbeverare e rifocillare i cavalli e riempire i nostri otri. Dormimmo un paio d’ore, poi riprendemmo il viaggio, puntando dritti attraverso il deserto.
Durante la notte i miei compagni furono costantemente in allarme. Ogni cespuglio sembrava loro un leone, e ad ogni istante dicevano di sentire il galoppo di lontani cavalieri. Questa continua tensione mi impedì di cadere addormentato sul collo del cavallo. Il sole sorse attraverso la foschia che nel deserto precede un vento turbinoso e un caldo soffocante. I piccoli arbusti spinosi venivano trasformati dal miraggio in edifici torreggianti o in grandi squadroni di cavalieri; oppure ci sembrava di avvicinarci a un lago trasparente, nelle cui acque si riflettevano ombrosi boschetti e sontuosi palazzi. Sembravano retrocedere mari mano che ci avvicinavamo, e coi passare delle ore scomparvero.
Poiché soffrivamo molto la sete e avevamo già vuotato gli otri, a mezzogiorno puntammo di nuovo verso le paludi. Ma quando portai alla bocca il mio bicchiere di metallo trovai l’acqua così calda e salmastra che riuscii a malapena a berla. I miei compagni invece la dichiararono interamente soddisfacente e ottima per i cavalli.
Puntando di nuovo verso il deserto ci imbattemmo in una numerosa mandria di cammelli, custoditi da uomini dal fiero aspetto armati di randelli e vestiti di una tunica di lino che arrivava appena alle ginocchia. Ricambiammo il saluto dei mandriani, ed eravamo quasi riusciti a oltrepassare i cammelli, quando fummo circondati da una quantità di arabi a piedi. Improvvisamente afferrarono una gamba dell’uomo che ci accompagnava e lo scaraventarono a terra. Il poveraccio fu rapidamente spogliato di tutto ciò che indossava. Cercarono di fare anche a me lo stesso scherzo, ma io stavo in guardia. Intanto il corriere aveva intavolato negoziati con un uomo che sembrava lo sceicco. Quando gli ebbe spiegato che eravamo Agayl e portavamo dispacci per il governo inglese, le molestie cessarono; ma lo sceicco chiese un tributo per lasciarci passare attraverso il territorio della sua tribù. Aprirono le nostre sacche da sella, ma vedendo che non contenevano altro che l’orzo per i cavalli e le nostre provviste, ci permisero di tenerle. Un arabo, tuttavia, infilò le mani nelle tasche del mio zibbun approfittando di una mia disattenzione, e ne prelevò un paio di monete d’argento. Con esse e con altre monetine che avevano trovato addosso all’uomo scavalcato si dichiararono soddisfatti, e restituirono a quest’ultimo i suoi indumenti.

Ci dissero che potevamo procedere. Gli arabi erano ancora tutti assiepati attorno a noi, quando lo sceicco e un altro tipo li dispersero a bastonate e ci condussero lontano dal gruppo. Giunti a una certa distanza ci dissero che ora potevamo andare in pace e senza paura, perché eravamo sotto la loro protezione. Oltre ai loro nomi ci diedero una specie di parola d’ordine, la quale, ci assicurarono, ci avrebbe evitato ogni molestia da parte degli altri membri della tribù in cui ci fossimo imbattuti.
Circa un’ora dopo eravamo fra le dune. Sulla cima di una di esse scorgemmo due arabi che cavalcavano dromedari, evidentemente intenti a spiare i nostri movimenti. Alla loro vista ci fermammo, ed essi scesero dalla duna verso di noi. Appena furono fuori di vista, nascosti dall’avvallamento del terreno, gli Agayl cercarono di depistarli lanciandosi al galoppo in una stretta valle formata dai cumuli di sabbia. Quando ci fermammo per far riprendere fiato ai cavalli, ci accorgemmo di averli lasciati molto indietro. Tuttavia non ci avevano persi di vista, e venivano verso di noi con tutta la velocità consentita dai loro dromedari. Riprendemmo il galoppo, ma d’un tratto vedemmo altri due arabi su dromedari dinnanzi a noi, che si unirono all’inseguimento.
Allora cominciò una fuga emozionante. I nostri cavalli erano stanchi, cavalcando da quasi ventiquattr’ore senza riposo. Ma erano bestie fenomenali, e i miei compagni sgusciavano con tale abilità nei corridoi di quel labirinto di dune che ben presto avevamo distanziato gli inseguitori.
Cavalcammo per altre due ore dopo il tramonto senza ulteriori avventure, ma poi piombammo su un gruppo di sei uomini costituenti una gazou, una spedizione predatoria. Stavano dormendo sulla sabbia al centro di una specie di baluardo difensivo formato dai loro tre dromedari inginocchiati. Si alzarono e ci circondarono, ma udita la parola d’ordine e i nomi di chi ce l’aveva fornita ci lasciarono passare e si rimisero a dormire.
Ci fermammo un poco per riposare e rifocillare i cavalli, ma ripartimmo all’alba. L’uomo che accompagnava il corriere ora stava male. Non riusciva quasi a mantenersi in sella, e attribuiva l’indisposizione all’acqua cattiva e al caldo della giornata precedente. Verso le tre del pomeriggio scorgemmo in lontananza un accampamento arabo, e cercammo di aggirarlo. Ma eravamo stati visti, e molti uomini corsero verso di noi. I nostri cavalli erano talmente esausti che non si poteva spingerli al galoppo. Allora il corriere mi affidò il sacco della posta e andò a parlamentare. Fortunatamente gli arabi rispettarono la parola d’ordine, e ci invitarono nelle loro tende. Ci offrirono latte di cammella in immense tazze di legno, e pane non lievitato cotto nella cenere.
Il corriere assoldò una guida che ci accompagnasse a Kut-elAgayl, un villaggio circondato da mura di fango sulla riva dell’Eufrate, che apparteneva alla sua tribù. La madre di quel giovanotto ci seguì per un bel pezzo, piangendo e implorando il figlio di tornare indietro, perché temeva per la sua vita in un viaggio così pericoloso. La consolammo donandole una borsa di tabacco, e finalmente ci lasciò andare.
Dopo due ore di cavalcata il nostro compagno ammalato cadde dal cavallo, e si dichiarò incapace di procedere oltre. Lo adagiammo sul limitare di una palude, al di là della quale si vedeva un accampamento di arabi Montefik. Il corriere disse che al calar della notte il suo compagno sarebbe stato in grado di raggiungere le tende. Cercai di persuaderlo a non abbandonare il poveretto, ma egli dichiarò che se si fosse avventurato tra i Montefik sarebbe stato certamente derubato della borsa con la posta, cosa che avrebbe fatto cadere in disgrazia la sua tribù. Anche lo stesso infortunato mi assicurò la stessa cosa.
A mezzanotte raggiungemmo il corso principale dell’Eufrate, dove finalmente mi fu dato di godere della gioia impagabile di un sorso d’acqua fresca. Poi ci imbattemmo in un accampamento arabo. Malgrado i latrati dei cani, nessuno volle prendersi il disturbo di vedere chi stesse arrivando. Smontammo accanto alla prima tenda, entrammo, ci sdraiammo e dormimmo profondamente per il resto della notte.
All’alba fummo destati dal padrone di casa, il quale non mostrò alcuna sorpresa per i suoi ospiti non invitati. Sua moglie accese un fuoco di sterco di cammello, fece cuocere il pane e ce lo offrì con burro e latte cagliato. Era una tribù di Montefik, ma nessuno ci fece domande, con gran meraviglia e soddisfazione dell’Agayl.
Alle dieci del mattino eravamo a Kut-el-Agayl, dove fummo accolti da Mohammed Ibn Daud, sceicco di quella tribù, che riconosciutomi per inglese mi trattò nella maniera più ospitale; era in ottime relazioni con i miei compatrioti residenti a Baghdad. Ma dopo appena due ore dovevamo già ripartire, e nella serata giungemmo a Semawa, un villaggio abitato da arabi sedentari, dove cambiammo i nostri cavalli, ormai completamente sfiniti.
Per evitare gli arabi che vivono nelle paludi circostanti Semawa e sono famosi ladri, risalimmo il fiume in barca per cinque miglia. Poi riprendemmo a cavalcare finché ci trovammo completamente circondati da greggi di pecore e mandrie di bufali, appartenenti agli arabi che vivono nelle paludi di Lernloom. Cercammo di evitare ogni incontro con quegli uomini, ma a un certo punto un profondo canale ci sbarrò il cammino. Mentre cercavamo un passaggio, fummo circondati da una banda di arabi seminudi poco più umani dei loro bufali. Volevano impadronirsi dei cavalli e delle poche cose che possedevamo; ma dopo un’animata discussione con l’Agayl ci lasciarono passare in cambio di alcune monete. A questo punto la nostra guida ci lasciò per tornare indietro; ma prima intagliò sul bastone dell’Agayl certe tacche particolari che dovevano servirci da lasciapassare tra i Lemloom,
Ma non incontrammo più nessuno finché arrivammo a Hillah. Qui, mentre io mi rifocillavo in una caffetteria, il mio compagno andò in cerca di un suo confratello per informarsi sullo stato della strada da lì a Baghdad. Gli fu detto che potevamo procedere tranquillamente, perché il Pascià di Baghdad aveva inviato uno squadrone di cavalleria contro uno sceicco Shammar che pochi giorni prima aveva depredato una ricca carovana. Non c era dunque da temere di essere attaccati, i beduini dovevano essersi ritirati nel deserto.
Lasciata lIillah incontrammo infatti una compagnia di BashiBozuk, il cui ufficiale ci assicurò che la strada era libera. Passato il terzo caravanserraglio vedemmo una nuvola di polvere avvicinarsi. Pensammo fosse la cavalleria turca, ma poco dopo udimmo il grido di guerra dei beduini. In un istante fummo circondati e scavalcati. Quando caddi a terra la mia keffiyeh si aprì, rivelando un fez rosso che avevo acquistato per ripararmi dal sole. Uno dei beduini gridò che io ero un turco, e un altro sguainò il pugnale cercando di farmi cadere in ginocchio. Lottai, convinto che volessero tagliarmi la gola, e mi rivolsi a quello che sembrava il loro sceicco, gridando che non ero turco ma inglese. Egli ordinò di lasciarmi andare, poi, fissandomi, esclamò:
"Billah! Quest’uomo dice il vero. E il dottore inglese di Baghdad, ed è mio amico, e gli inglesi sono amici della nostra tribù."
Mi aveva preso per il dottor Ross, che una volta aveva curato il capo degli Shammar. Ci disse che potevamo andare. Ma intanto i suoi uomini avevano sparso attorno il contenuto del sacco postale, vuotato le mie sacche da sella e prelevato la bussola, l’orologio e le poche monete d’argento che possedevo. Chiesi allo sceicco di farmi restituire le mie cose; ma, dopo un dialogo concitato, i beduini non solo non gli obbedirono, ma mi tolsero la zibbun, la keffiyeh, le scarpe e le calze, lasciandomi solo il fez, la camicia e l’abba. Poi se ne andarono, portandosi via i nostri cavalli.

Rimasti quasi nudi, cominciammo col raccogliere le lettere sparse tutt’intorno. Era quasi il tramonto, ed eravamo ad alcune ore di distanza da Baghdad. Non essendo abituato a camminare a piedi nudi, soffrii le pene dell’inferno, scorticandomi e insanguinandomi le estremità sui sassi roventi. Tuttavia, malgrado il dolore, affrettavo il passo, perché volevo raggiungere Baghdad prima dell’alba, sarei morto di sete e di sofferenza se avessi dovuto marciare su quel terreno sotto il sole ardente. Ma la notte non doveva passare senza una ulteriore avventura.
Fummo fermati da due arabi a piedi, armati di tozzi randelli.
Vollero gli abiti che ci rimanevano, e fui costretto a consegnare il fez, la camicia e l’abba; ebbi generosamente in cambio gli sparuti avanzi di un mantello.
Ai primi raggi di luce potei distinguere in lontananza, con una gioia e un sollievo che non posso descrivere, la lunga linea di palme che coprono le rive del Tigri attorno a Baghdad. Giunti in riva al fiume il mio compagno andò in cerca di un barcaiolo che Conosceva.
Tornò poco dopo con una kufa, un’imbarcazione circolare fatta di giunchi calafatati con bitume, il cui proprietario ci traghettò alla riva opposta. Sbarcammo presso una porta della città, che era ancora chiusa. Crollai addormentato a terra, esausto di
fatica e di pena.
(Sir Austen Henry Layard, "Early Adventures in Persia, Susiana and Babylonia, 1889, citato da Gianni Guadalupi in "Orienti", Feltrinelli, pag. 163)

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