La Riforma diede
impulso alla stampa protestante; a partire dal 1570 circa, la Controriforma
fece la stessa cosa per quella cattolica. Sebbene l’apparizione del libro
stampato aprisse infinite possibilità per le opere di letteratura,
di viaggi, di diritto e così via, durante questo periodo il libro
di religione (devozionale o polemico) non fu mai rimosso dalla sua posizione
di comando. Su di un totale di 169 libri pubblicati a Parigi nel 1598,
49 erano di materia religiosa, oltre 54 di letteratura, 17 di materie
giuridiche, 26 di storia e 22 di arte e di scienza. Nel 1645, su di un
totale di 456 libri pubblicati nel corso dell’anno, 172 erano di religione,
110 di letteratura, 83 di storia, 32 di materie giuridiche, 34 di scienza
e 25 di altri argomenti. Circa un terzo dei libri pubblicati nel cinquantennio
compreso fra le predette date riguardava la religione.
I libri non furono necessariamente il mezzo ideale per la propaganda:
erano ancora relativamente cari e di solito venivano pubblicati in tirature
limitate (da 1.250 a 1.500 copie circa). Naturalmente la Bibbia era sempre
un best-seller, come lo erano alcuni altri libri citati nel precedente
capitolo. Ma se si può fare assegnamento sui cataloghi della fiera
internazionale di Francoforte, i libri in lingua nazionale costituivano
ancora una minoranza. Dal 1564 al 1600 in questa fiera, la più
importante d’Europa, furono esibiti quasi 15.000 libri di origine tedesca.
In media, non più di un terzo di essi era in lingua tedesca. Nel
periodo 1601-05, su 1.334 libri presenti alla fiera, 813 erano in latino
e 422 in tedesco.
Il pubblico capace di leggere e di scrivere era meno adatto a leggere
libri che i trattatelli concisi e bene espressi, di contenuto chiaro e
dal linguaggio semplice. I trattatelli di questo tipo si dividevano grosso
modo in due categorie: i libelli a stampa e i volantini, dove insieme
al testo c’era un’illustrazione a cliché o su lastra di rame. A
cominciare dalla guerra degli opuscoli durante la Riforma fino alla propaganda
spesso crudele della Fronda e della guerra dei Trent’anni, questa fu la
categoria che più di ogni altra riuscì a produrre una certa
forma di propaganda per le masse. Di solito i volantini contenevano illustrazioni
satiriche, talmente ingegnose da attirare la simpatia del lettore o almeno
la sua attenzione. Nella maggior parte dei casi il testo consisteva di
filastrocche, spesso della lunghezza di qualche strofa. Anche se quello
della Controriforma fu un periodo di lotta e di polemica, la propaganda
libellistica non ne fu l’aspetto permanente. Al contrario, la schiacciante
maggioranza dei libelli giunti fino a noi data soltanto da un’epoca ben
definita, dai decenni a metà del Seicento. L’esistenza di una crisi
generale della vita politica non si trova meglio illustrata da nessuna
parte. tranne che in queste raccolte che si occupano di tre avvenimenti
basilari: la rivoluzione inglese, la Fronda e la guerra dei Trent’anni.
La quasi totalità dei manifestini tedeschi riguardanti la guerra
dei "Trenta anni" cerco di presentare la giustizia di una causa
e gli eccessi compiuti dalla parte avversaria. La quantità di produzione
letteraria che ne derivò segnalò la comparsa di un particolare
tipo di scrittore: il pubblicista professionale.
Sembra che la propaganda della guerra dei Trent’anni abbia spesso rispecchiato
il pensiero popolare, mentre invece fu per la maggior parte il prodotto
di un gruppo di esperti pubblicisti. Il materiale pubblicitario che accompagnò
la rivoluzione inglese e la Fronda ebbe tutt’altro carattere.
A Parigi la guerra degli opuscoli si concentrò nel periodo dal
gennaio 1649 all’ottobre 1652. Il catalogo di Moreau relativo alle Mazarinades
(così chiamate sulla scia del notissimo libello La Màzarinade,
in data 11 marzo 1651 e diretto contro il cardinale Mazzarino) elenca
più di 4.000 voci. Forse la cifra totale effettiva era circa due
volte tanto. Sembra che la circolazione degli opuscoli sia stata molto
diffusa, non limitandosi alla sola Parigi, né tanto meno alla Francia;
per esempio, la biblioteca di Dresda possiede circa 3.000 pezzi, raccolti
presumibilmente in Sassonia e in Germania. Durante la guerra civile inglese
la produzione, a quanto si sa, fu la più alta d’Europa. La raccolta
del British Museum ne conserva quasi 2.000 soltanto per l’anno 1642, pari
a una media di quasi sei opuscoli al giorno. Quanto agli anni dal 1640
al 1661, gli opuscoli giunti fino a noi sono in totale quasi 15.000. Di
massima, sia in Inghilterra che in Francia, gli opuscoli non erano delle
raffinatezze di propaganda, né un lavoro accurato di pubblicisti
esperti. Un’altissima percentuale fu totalmente estranea alla crisi che
li aveva generati: erano semplicemente il prodotto di imbrattacarte che
componevano filastrocche. Fra i rimanenti, nonostante il loro carattere
transitorio, vi erano moltissimi opuscoli che rispecchiavano il modo di
vedere della gente del popolo, erano pieni di proverbi scritti in gergo,
di espressioni salaci e di uno schietto linguaggio osceno. Quanto alla
massa della pubblicistica in senso assoluto, il Seicento fu un secolo
di innovazione.
Questa attività significava che le tipografie lavoravano a pieno
ritmo. Un tipografo di Parigi così commentò nel 1649:
" Mezza Parigi stampa o vende opuscoli, l’altra metà li scrive
". Appena i manifestini uscivano dai torchi, dalle prime ore del
mattino i venditori ambulanti si mettevano in giro per venderli nelle
strade. Dopo la capitale, la distribuzione veniva effettuata nelle province
con straordinaria efficienza. Nel 1649 Mazzarino si dolse che " hanno
inviato più di 6.000 copie del manifestino contro me e d’Hémery
[ministro delle Finanze] in tutte le province ". Dato che le norme
della censura erano teoricamente ancora in vigore, i libellisti dovevano
essere sempre cauti. I pubblicisti più inafferrabili e più
bravi di questo periodo furono i " livellatori ". John Lilburne
diventò una spina nel fianco dell’autorità grazie alla sua
capacità di stampare opuscoli non autorizzati, che uscivano regolarmente
dalle macchine per la stampa per essere distribuiti nelle varie parti
d’Inghilterra. Il suo intento era esplicitamente quello di fare propaganda:
" Ora sono deciso a sollevare tutto il regno e l’esercito contro
di loro [i presbiteriani] ", dichiarò nel 1647. Dal 1648 al
1649 fu aiutato dall’esistenza di un giornale, il "Moderate",
che forniva al pubblico la maggior parte delle principali notizie del
partito dei " livellatori ". Questo fu uno dei primi esempi
di un gruppo rivoluzionario strettamente collegato, che faceva largo uso
della stampa allo scopo di cambiare l’opinione pubblica. Il più
importante centro di propaganda d’Europa fu senza dubbio la repubblica
olandese. Ad Amsterdam e - a Leida le macchine per la stampa producevano
i testi in quasi tutte le principali lingue europee. In pratica Amsterdam
esercitava un monopolio nella produzione della propaganda antifrancese,
mentre anche il materiale pubblicistico sovversivo veniva contrabbandato
con regolarità in Inghilterra, in Scozia e in altri paesi. Disponendo
della stampa più indipendente d’Europa, gli olandesi minacciavano
la sicurezza di ogni Stato dove era applicata la censura.
La storia degli opuscoli si sovrappone a quella della stampa periodica.
Ambedue avevano la funzione di suscitare la discussione pubblica, sicché
un opuscolo che appariva periodicamente (il primo esempio in Inghilterra
fu la serie dei trattatelli di Marprelate nel 1588 e nel 1589) costituiva
già un precedente. Tuttavia la vera differenza tra i due consisteva
nel fatto che il periodico aspirava a fornire notizie ed era effettivamente
un giornale. Siamo talmente abituati all’informazione quotidiana, che
essa ci appare come un aspetto innocuo e necessario dei rapporti umani.
Invece nel Seicento, come in alcuni moderni Stati autoritari, le notizie
potevano essere pericolose. Un tipografo poteva essere accusato di fornire
informazioni al nemico, o di deformare deliberatamente i fatti e di diffamare,
oppure di incitare il popolo con pubblicazioni sediziose. Le punizioni
contro la sedizione potevano essere dure: nel 1637, in Inghilterra, William
Prynne subì il taglio delle orecchie, fu pesantemente multato e
poi gettato in prigione. Nel 1572 a Roma il papa montò talmente
in collera a causa del tono ostile degli avvisi che ne proibì la
pubblicazione, mentre il suo successore approvò un editto contro
i propagatori di notizie false e illecite. Uno dei giornalisti che nel
1587, durante il pontificato di Sisto V, trasgredì questi regolamenti,
fu condannato al taglio della mano e della lingua e, infine, all’impiccagione.
Lo Stato si preoccupava di dare la più estesa pubblicità
possibile alle sue opinioni. Venivano stampate e distribuite le copie
degli editti (la Biblioteca Nazionale di Parigi possiede, relativamente
ai soli anni 1598-1643, un totale di oltre 50.000 diversi documenti a
stampa, emanati dallo Stato). Fu il desiderio di avere una regolare piattaforma
per il pensiero ufficiale ché indusse Théophraste Renaudot
a fondare nel 1631, dietro sollecitazione del cardinale Richelieu, la
"Gazette de France". Lo stesso Renaudot ammise che la "Gazette"
era fondamentalmente un giornale per "i re e per l’autorità
costituita ". Però doveva fornire anche un’informazione onesta
a uso del cittadino medio, di modo che " il mercante non negozierà
più in una città assediata e in rovina, né il soldato
andrà in cerca di impiego in un paese dove non c’è guerra:
per non parlare della condizione di coloro che scrivono ai loro amici,
i quali in passato erano costretti a fornire notizie che erano o inventate,
o per sentito dire ".
Altri Stati seguirono l’esempio. Firenze ebbe una gazzetta settimanale
nel 1636, Roma nel 1640, Genova nel 1642, gli Stati Generali della repubblica
olandese nel 1649, mentre in Spagna la " Gaceta de Madrid "
fu pubblicata per la prima volta nel 1661 per ordine del re.
Particolarmente apprezzata era la "Gazette" di Renaudot. "
Dal grande al piccolo, ciascuno discute ciò che succede soltanto
per mezzo della "Gazette". Coloro che possono comprano alcune
copie e le raccolgono. Gli altri si contentano di pagare per averla in
prestito e per leggerla, o altrimenti si mettono insieme per comprarne
una copia".
Durante la crisi inglese le fazioni ebbero estrema cura di far conoscere
le loro idee. La sospensione della censura e delle autorizzazioni durante
la guerra rese possibile un’ondata di giornali senza precedenti. Qualche
idea su ciò che avvenne possiamo averla dagli opuscoli che fanno
parte della raccolta Thomason presso il British Museum. Per il 1641 la
collezione possiede soltanto quattro giornali, per il 1642 ne ha 167.
L’anno di massima attività è il 1645, con 722 giornali.
I due giornali più importanti erano il " Mercurius Aulicus
" (pubblicato a Oxford), monarchico, e il "Mercurius Britanicus",
parlamentare. Nella sola Londra la tiratura del primo toccava circa 500
copie. Tale era la tiratura media complessiva della maggior parte degli
altri giornali. Una tiratura di 500 copie a Londra era più significativa
di quanto possa sembrare. Supponendo che una dozzina di giornali vendesse
a Londra altrettante copie e che ciascuna copia venisse letta da quattro
o cinque persone, può anche darsi (come afferma uno storico) che
i giornali siano stati letti dalla metà dei maschi di Londra in
grado leggere e di scrivere.
Il primo elenco di libri proibiti in Inghilterra fu emesso nel 1529, mentre
nel 1530 venne introdotto un sistema di autorizzazione rilasciata dallo
Stato.
Con la presenza della censura le idee venivano messe in circolazione con
lentezza, con grande difficoltà, spesso niente affatto. Il modo
più rapido per un dotto autore di comunicare era ancora quello
di scrivere in latino, in quanto si sarebbe fatto comprendere più
facilmente dal mondo accademico. L’utilità del latino era sempre
grande. La letteratura in lingua nazionale, anche se fece aumentare il
numero dei lettori all’interno di un paese, costituì un altro ostacolo
per il libero scambio delle idee. Difatti la letteratura in lingua nazionale
spesso facilitava il compito del censore e consentiva di bloccare il flusso
delle idee.
Nel complesso, non esiste una prova sicura dell’impatto che, durante il
Cinquecento e il Seicento, la parola stampata causò sulla gente
del popolo, le cui abitudini in fatto di lettura rimangono per noi quasi
totalmente sconosciute. Come si è verificato in ogni epoca a partire
da Gutenberg, sembra probabile che la gente si interessasse non tanto
alle letture di propaganda e culturali, quanto alla letteratura più
scadente e di evasione, alle " ballate licenziose ", ai "
libri ameni d’Italia ", e ai "racconti depravati scritti in
nero su bianco ", per dirla con i critici inglesi di questo genere
di letteratura. In Francia, nel tardo Seicento, racconti di questa specie
venivano messi in circolazione per tutto il paese da venditori ambulanti
e venduti al pubblico a basso prezzo, sicché si può dire
che fin dai primissimi tempi della diffusione della parola stampata quella
che dominò veramente il mercato popolare fu la narrativa romanzesca.
Naturalmente gli amanti della buona letteratura erano atterriti da questo
ribasso qualitativo del buon gusto. Jeronimo de Zurita, cronista della
storia d’Aragona e segretario dell’inquisizione spagnola nel Seicento,
si risentì con tanta veemenza di questo fatto che, secondo lui,
la soppressione della letteratura leggera era una delle principali ragioni
dell’esistenza della censura. Riguardo ai libri di racconti fantastici
e cavallereschi, egli riteneva che " poiché sono privi di
fantasia o di erudizione, e a leggerli significa perdere tempo, è
meglio proibirli ". Fortunatamente per il pubblico, il quale in caso
diverso avrebbe dovuto accontentarsi di un cibo molto insipido, in pratica
i censori prestavano molto meno attenzione alla letteratura leggera che
a quella ideologicamente pericolosa.
Kamen H., "Il secolo di ferro", Laterza, pag. 370
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