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La storia di una lingua è una
sezione della storia generale di un luogo o di un popolo. Giro un articolo
di un “collega”, nel senso che anche io insegno a ragazzi della periferia
romana, e l’evento affrontato nel brano lo avverto spesso: la lingua italiana
è in pericolo.
“La lingua rap”
Di MARCO LODOLI
Esprimersi è diventata ormai
una fatica immane: questo ho notato di recente nella scuola della periferia
romana dove insegno. Per anni mi sono divertito registrando le invenzioni
linguistiche che spontaneamente nascevano tra i ragazzi. Qualcuno per
la paura aveva smaltito”, qualcun altro “sclerava”, quel comico era un
“taglio”, quell’amico “aveva perso la brocca”. Il dialetto e la lingua
si mescolavano con vivacità, e certi racconti erano un prodigio di leggerezza
ed efficacia. Se non si trovava una parola, si inventava, e il discorso
andava avanti scoppiettante. Insulti e minacce, poi, erano veri capolavori
dell’immaginazione, buffe acrobazie verbali in cui si risolveva allegramente
ogni aggressività: “Ti piglio per le orecchie e t’alzo come la Coppa dei
Campioni”, “T’acchiappo per il naso e mi ti porto via sulla spalla come
una giacchetta estiva”. Poi è accaduto qualcosa, le frasi si sono fatte
sempre più corte e generiche, più ansimanti. Spiegare cosa s’è fatto il
pomeriggio precedente, o la trama di un telefilm, un pensiero o un’emozione,
per i miei allievi è diventato quasi impossibile. “So cosa voglio dire,
ma non riesco a dirlo” è la spiegazione più comune, e fanno male tutti
quei sentimenti che rimangono dentro a marcire, quei pensieri incistati
e senza voce. E allora mi è tornata in mente una frase di Joseph de Maistre
che lessi in un libro di Cioran: “Ogni degradazione individuale o nazionale
è immediatamente annunciata da una degradazione rigorosamente proporzionale
del linguaggio”. Se ci sintonizziamo su una qualsiasi radio privata o
su Mtv ci rendiamo immediatamente conto della carestia linguistica in
corso. I deejay che parlano per ore ai ragazzi hanno un vocabolario fatto
di cinquanta parole, balbettano, ridacchiano, si lanciano in discorsi
che muoiono in dieci secondi, non riescono nemmeno a spiegare la musica
che stanno trasmettendo. È un gorgoglio insensato, una sfilza di frasi
fatte, di esclamazioni inutili,un filo che s’aggroviglia di continuo e
si sfibra. Vorremmo suggerire qualche parola, per aiutarli ad andare avanti,
ma da casa non possiamo farlo. Non stiamo qui a rimpiangere un italiano
forbito o prezioso, nessuno vuole ammorbare il prossimo con la pedanteria
di un accademico della Crusca: però l’afasia crescente mi fa soffrire,
davvero mi dà l’impressione di una crisi irrimediabile che tocca le persone
e il paese. Persino i termini più familiari, quelli nati dal popolo, sono
dimenticati. Non mi riferisco al dialetto delle poesie del Belli, ormai
pressoché incomprensibili, ma a termini che credevo d’uso corrente. Un
esempio: in una classe di venti studenti, tutti romani, nessuno conosceva
il significato di “tignoso”, parola che in città da tanto ha sostituito
caparbio, ostinato, testardo. È un aggettivo che immaginavo ormai patrimonio
collettivo, fino a ieri era sulla bocca di tutti e oggi è scomparso, disperso,
morto. Ancora: tutti ignoravano il significato di “impunito”, parola chiave
nel lessico romano, che si può tradurre in italiano solo con una lunga
perifrasi, “uno che l’ha sempre passata liscia e per questo ora è tracotante”.
E la strage continua ogni giorno, il vocabolario si assottiglia sempre
più e così esprimersi e comunicare sta diventando un’impresa sovrumana.
Molti allievi confessano di non seguire mai un telegiornale perché non
capiscono quello che viene detto. Guardano le immagini, magari, ma il
discorso che le accompagna si perde nel vuoto. Questo è il punto. La civiltà
dell’immagine ha ormai schiantato quella delle parole, ma le immagini
si subiscono e basta. È ovvio che ci sia ancora molta gente che legge
e paria, che si racconta e ascolta, le librerie funzionano ancora decentemente,
i reading degli scrittori sono spesso affollati, i volumi in edicola
vanno alla grande. Però sta crescendo un’altra Italia, sorda e muta, persa
in un’infelicità gutturale, in grugniti e parolacce e risatine, che non
sa più spiegare neppure cosa prova e pensa. Certo, i messaggini telefonici
abbondano, ma in fondo sembrano solo ribadire un unico concetto: io sono
qui, tu dove sei? Io esisto ancora, e tu? Ma di chi è la colpa di questo
terribile impoverimento? È sempre la televisione la responsabile oppure,
e sarebbe tragico, è l’energia vitale che si sta prosciugando fin nelle
parole? A me pare che il declino dell’Italia — economico, culturale, scientifico
— ha la sua prima manifestazione, la più immediata e forse la più angosciante,
in questa crisi del linguaggio. Chi sa parlare spesso si parla addosso,
per ribadire la propria sterile intelligenza, per occupare narcisisticamente
una vetrina — e chi non sa parlare sprofonda in un mutismo intimidito
o in farfugliamenti insensati. Se si vuole che il paese riprenda a muoversi,
bisogna incoraggiare gli investimenti, aiutare le aziende, la ricerca,
le famiglie, ma anche e soprattutto restituire una lingua naturale agli
italiani, affinché non ci sia solo strepito o silenzio. Altrimenti ben
presto l’Italia sarà simile a un manicomio diroccato dove ognuno parlotta
o tace da solo, cupamente.
“La repubblica”, 19/04/2005
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