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Bolivia. La miniera di Potosì: per un giorno su 7 i minatori potevano tenersi quel che scavavano

Nel 1604 furono imposte delle limitazioni al lavoro sotterraneo; può darsi che gli interessi dei Fugger , gelosi del loro monopolio di Almaden , non vi fossero estranei, ma non v’è da dubitare che la motivazione di fondo della Corona fosse coscienziosa e onorevole: mitigare le sofferenze. La produzione subì però un tracollo di quasi il 50 per cento e nel volgere di pochi anni le ragioni economiche e le esigenze dell’erario ancora una volta prevalsero, come avvenne nel 1716-19 quando fu seriamente presa in considerazione la possibilità di chiudere definitivamente la miniera per motivi umanitari

Nei venticinque o quarant’ anni a partire dal 1575, qualcosa come la metà di tutto l’argento mondiale venne estratto da un’unica montagna, il Cerro de Potosì .

Potosì , a più di 4100 metri sul livello del mare 660 metri più vicino al cielo di Lhasa!), aveva tutta l’aria di uno scherzo, un capriccio; di gran lunga la città a più alta quota del globo, era a sua volta sovrastata dal Cerro. Quest’ immenso cono rosato, poco meno di 600 metri, era crivellato dalle vene di uno dei più ricchi corpi minerari del pianeta; la superficie esposta nel 1545 era di novanta metri per quattro, con un tenore d’argento del 50 per cento. Altitudine e terreno erano di per se stessi vantaggi da un punto di vista tecnico, escludendosi la possibilità di inondazioni ed essendo buona parte del minerale accessibile, almeno nelle fasi iniziali, a mezzo di gallerie e pozzi relativamente corti. Ma questi elementi spalancavano una nuova dimensione di sofferenza: la temperatura di una qualsiasi giornata invernale poteva variare dai —16 ai + 7 gradi. Nei pozzi, su per i quali uomini e donne trasportavano pesanti fardelli inerpicandosi per scale a pioli vertiginose, l’aria era calda e umida, povera d’ossigeno ma pregna di anidride carbonica; all’uscita, i corpi sudati e denutriti venivano a brusco contatto con l’aria gelida e rarefatta, assai al di sopra dell’altitudine cui gli stessi indiani andini erano abituati. Verrebbe fatto di dire che soltanto il calore della cupidigia umana poteva temperare un simile clima. Eppure su questo improbabile sito, troppo secco e freddo per la coltivazione, sorse una delle più popolose città degli inizi dell’epoca moderna: nel tardo XVI secolo contava 120.000 anime di ogni colore, e 160.000 nel 1650 — grande come Amsterdam o una qualsiasi città italiana, probabilmente due volte Madrid. La componente europea era valutabile sulle migliaia o fors’ anche decine di migliaia di unità, con un incredibile miscuglio di nazionalità.

Il grosso, com’è logico, era però pur sempre costituito dagli indiani, fossero mitayos coscritti o «uomini di frontiera» più o meno liberi. Sino all’introduzione del processo di amalgamazione, la raffinazione rimase in mani indigene, condotta in modo abbastanza primitivo in oltre 6.000 piccole fornaci d’argilla: qualche indiano riuscì a raggiungere una modesta o anche discreta competenza. Con la nuova tecnica e gli investimenti che essa richiedeva, entrarono in scena gli spagnoli: tra il 1574 e il 1621 si costruirono una ventina e più di bacini artificiali per alimentare acqua e forza motrice ai frantoi e ai mulini a pestelli. Entro il 1585 il Cerro era traforato da 600 e rotti tunnel e pozzi, con circa 1500 proprietari di miniera registrati; molto più ristretta era la cerchia degli azogueros — gli «uomini del mercurio» — che controllavano la raffinazione e a loro volta attingevano capitali da una dozzina di grossi mercanti d’argento. Per uno strano contorcimento invalse però una consuetudine in base alla quale chiunque — e quindi sostanzialmente gli indiani — aveva diritto di scavare per conto suo in qualsiasi miniera, dalla notte del sabato al lunedì mattina. «Il giorno settimo cessò da ogni opera da lui fatta, e benedì questo giorno e lo santificò»?.

La creazione di questo mercato anomalo in una desolata landa montagnosa ebbe un possente effetto moltiplicatore sull’economia peruviana, e non soltanto per quanto riguarda l’esportazione di argento o lo sviluppo dei traffici locali. I mitayos si cibavano soprattutto di patate congelate ed essiccate, e tiravano avanti masticando foglie di coca (da cui si estrae la cocaina) raccolte sulle pendici andine orientali e a Cochabamba , donde si dovevano altresì far arrivare i legnami necessari al funzionamento della miniera. L’amalgamazione richiedeva grandi quantità di sale — 1500 quintali al giorno nel decennio 1630-40 — che venivano fatte affluire dalle immense saline dell’Altipiano duecento chilometri a ovest. I principali generi di consumo alimentari europei provenivano da Arequipa o da Salta, Jujuy o Tucuman , primaria fornitrice pure di muli; più a sud l’entroterra di La Plata garantiva cuoio e sego.

Spate O., “Storia del Pacifico. Il lago spagnolo”, Einaudi , pag. 268

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