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Il precedente invio riguardava
"L’immortalità all’epoca dell’Impero Romano". La storia di questa
idea trova un suo sviluppo nell’idea ebraica e poi cristiana dell’immortalità
dell’anima.
Per capire la tematica dell’immortalità dell’anima in Palestina nel 33
d.C. bisogna trattarla insieme ad altri temi, e bisogna prima comprendere
cos’era per l’Ebraismo la "resurrezione dei morti".
Mosè - che è del 1300 a.C. circa - non credeva all’Inferno. La vita ultraterrena
è un’innovazione recente nel culto di Yawè. Nasce nel 150 a.C sotto l’influsso
della religione persiana di Zoroastro, durante la rivolta dei Maccabei
- integralisti ebrei che combattevano per l’indipendenza dal re di Siria
- che promettevano il Paradiso a chi moriva in battaglia. Per i seguaci
dei Maccabei, come poi per gli Islamici, il Paradiso era una ricompensa
per i più zelanti.
L’idea del premio per chi perde la vita nella "guerra santa"
fu determinante durante l’insurrezione ebraica contro i Romani del 66-70
d.C., che provocò più di un milione di morti. Tacito mette in evidenza
il nesso tra fede nella vita ultraterrena e guerra, caratteristico degli
ebrei di quell’epoca. "Gli ebrei credono che le anime dei periti
in battaglia o per supplizi, vivano eterne, di qui il disprezzo della
morte". Secondo lo storico romano, gli ebrei furono sottoposti ad
ogni genere di prove: "stirati, contorti, bruciati, fratturati, fatti
passare sotto ogni strumento di tortura, affinchè bestemmiassero oppure
mangiassero alcunchè di illecito. Un milione di palestinesi non tollerarono
di sottostare a nessuna delle due ingiunzioni, ma neppure d’adulare giammai
i tormentatori o di piangere: che anzi, sorridendo tra gli spasimi e trattando
ironicamente coloro che eseguivano le torture, rendevano serenamente lo
spirito come persone che stiano per riceverlo nuovamente".
In Palestina esistevano due partiti politico-religiosi, i Sadducei e i
Farisei, la cui differenza più profonda era proprio il credere o no alla
Resurrezione dei Corpi, il che implicava la necessità di un Paradiso per
i giusti. Questa aggiunta fatta dai Maccabei alla fede ebraica tradizionale,
aprì un intenso dibattito durato due secoli, che coinvolgeva tutti, con
discussioni al mercato, nelle piazze e nelle sinagoghe. Il partito dei
Sadducei - conservatori e filoromani guidati dall’alto clero del Tempio
di Gerusalemme - sosteneva che Mosè non aveva mai parlato di "Resurrezione
dei morti", e dunque i Sadducei credevano che le anime andassero
nello Shot (un Ade, un Limbo grigio e senza gloria) tutte indistintamente,
buone e cattive.
L’altro partito - i Farisei - era formato da innovatori che si richiamavano
ai Maccabei; erano intransigenti, osservanti fino al fanatismo, ostili
ai Romani e favorevoli ad un Oltretomba con ruoli gloriosi per i più pii
(cioè per gli zelanti come loro stessi). Saranno i Farisei a guidare sia
le rivolte principali che poi l’intero Ebraismo della Diaspora.
Oggi l’intero Ebraismo è fariseo, tanto che la Resurrezione dei corpi
è ormai accettata da tutti gli Ebrei.
Gesù concordava con i Farisei. Lui e i suoi seguaci consideravano normale
che il corpo risorgesse il "Giorno del giudizio". Quindi annunciare:
"Cristo tornerà nell’imminente resurrezione dei corpi" era un
concetto accettabile da tutti gli ebrei filo-farisei. E infatti c’erano
Farisei tra i primi seguaci di Gesù risorto. Cristo, che noi ricordiamo
come nemico dei Farisei "sepolcri imbiancati", esortava: "Fate
quello che i Farisei dicono, non quello che fanno."
Circa la teoria i Farisei erano nel giusto, che poi si comportassero male
(altezzosi, superbi, rispettosissimi di tutti i cavilli del rituale ebraico,
fanatici del Sabato solo per potersi mostrare zelanti) era un difetto
solo umano, non della loro concezione che era corretta. Secondo Gesù i
suoi seguaci dovevano accettare i consigli religiosi dei Farisei, ma non
il loro cattivo esempio.
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