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Oggi una segnalazione di una risorsa e un curioso caso di notizia - non
si sa quanto vera - che circola su Internet riguardo la guerra.
Circa la risorsa, eccone gli
antefatti. Sto propagandando questa mailing list a tutta una serie di
indirizzi email che possiedo o che sono in grado di reperire velocemente.
Riesco a farlo perchè nei campi degli indirizzari, delle campagne
stampa, del web marketing, della promozione commerciale di uno spazio
web e della pressione sui motori di ricerca, so muovermi abbastanza bene,
come potete vedere dal mio sito www.ilpalo.com .
Ho così segnalato la lista di storia ad una serie di indirizzi,
tutti reperiti su internet, anche con l’aiuto di appositi software. Ad
esempio ne uso uno a cui si indicano le parole da reperire su Google.it,
il programma inizia a lavorare e apre tutte le pagine segnalate da Google
che contengono la parola, e produce in una mezz’ora, una tabella con in
una colonna l’email reperita, nell’altra l’indirizzo della pagina internet
dove ha rintracciato l’indirizzo elettronico in questione. Ho lanciato
il software su parole tipo:
"appassionato di storia"
"studio della storia"
"docente di storia"
"tesi in storia"
ecc.
Tra le varie risposte (e iscrizioni alla mailing list) così ottenute,
segnalo la seguente:
Preg.mo dott. Cascioli,
tra i servizi offerti dal nostro Museo c’è anche quello di fornire
informazione storica e bibliografica sul periodo che va dalla Rivoluzione
Francese alla prima Guerra mondiale. Per quanto possibile, siamo pertanto
disponibili a fornire tale servizio a Lei o agli altri iscritti alla mailing
list da Lei moderata. Più problematico invece isulterebbe divenire
lettori della mailing list, anche perché il conseguente impegno
di tempo risulterebbe difficile da conciliare con il nostro lavoro. RingraziandoLa
comunque per la proposta offerta, Le invio i migliori saluti.
dott. Otello Sangiorgi
Museo civico del Risorgimento, Biblioteca e Uffici: Via de’ Musei 8, 40124
Bologna
tel. e fax. 051.225583, sito web: www.comune.bologna.it/museorisorgimento
MuseoRisorgimento@comune.bologna.it
Se qualche lettore appassionato
di storia avesse bisogno di supporti specifici, ecco che la Rete dimostra
la sua potenzialità offrendo aiuto a chi si occupa dell’argomento.
Circa il curioso caso di notizia
riguardo la guerra, devo fare alcune premesse.
In linea di massima mi ero riproposto di astenermi dal far girare materiale
sulla storia "ipercontemporanea", sugli eventi di questi giorni
e sull’attualità, ma le regole son belle per poterle violare. La
guerra in Irak è stata nella mente di noi tutti per mesi, sempre
accompagnata da una sana diffidenza e un’attenzione giustamente paranoica
sulla differenza tra "ciò che accade" e ciò che
viene "raccontato" dai media.
In questo senso trovo interessante girare la notizia che segue. Non può
essere presa immediatamente per ’’oro colato’’ perché la documentazione
che la riguarda è comunque scarsa. Entra a fatica tra le "notizie
tipo" che questa mailing vuol diffondere perchè non è
il "microevento" che aiuta a chiarire il "macroevento",
ma è quantomeno un segno delle potenzialità di Internet.
Ecco un racconto laterale, un resoconto parziale che i grandi organi di
informazione, magari per la scarsa documentabilità dell’evento,
tacciono o sottovalutano, che invece l’email riesce a far circolare ugualmente.
Quella che segue è la notizia, così come mi è pervenuta:
Non notizia dall’Iraq
Pubblichiamo un’interessante lettera di un nostro lettore, Roberto Calzà.
La vicenda in sé è piuttosto semplice. Un fotografo belga,
dell’agenzia Gamma, e sotto contratto con il New York Times è al
seguito di un reparto di marines che avanza verso Baghdad. Non è
chiaro e non si riesce a capire se sia un "embedded", cioè
un intruppato con tanto di censura [e autocensura] preventiva rispetto
alle cose che vede e fotografa. Comunque sia Laurent Van der Stockt, professionista
già presente nei Balcani, in Africa, in Cecenia e nella prima guerra
del Golfo, accompagna il redattore Peter Maas e viaggia con un battaglione
di marines per quasi tre settimane, conquista la fiducia del comandante
che gli permette di sedere nei mezzi in testa alla colonna, scambia battute
coi soldati e raccoglie le loro testimonianze.
Nulla di strano, nulla di eclatante. Quello che cambia completamente la
prospettiva è la testimonianza agghiacciante che Van der Stockt
offre a Le Monde: roba da mettere in crisi qualsiasi opinione pubblica
e forse anche qualche scafato personaggio dell’amministrazione USA tanto
convinta di questa guerra. Niente sabbia né vento, né prigionieri
o colpi di artiglieria. Il fotografo descrive un massacro di civili iracheni,
ingenuamente e stupidamente avvicinatisi a soldati americani che, ansiosi
di prendere un ponte strategico per l’aVanzata, aveVano ricevuto ordine
di sparare a tutto ciò che si muoveva. Se poi si aggiunge che una
granata colpisce un blindato americano uccidendo due marines
Donne, bambini, adolescenti, perfino un anziano che camminava sul marciapiede,
vengono crivellati di pallottole. Una macchina si era avvicinata troppo,
un ragazzo non si è fatto riconoscere, una enorme confusione tra
i marines, una raffica di troppo prima che qualcuno gridi "Cessate
il fuoco". Morti in questo modo, Van der Stockt [che non è
un pivello e di guerre ne ha viste diverse] conta almeno quindici civili
in due giorni, tanto che nemmeno i marines sono molto contenti, non si
aspettaVano questo, anche se il loro comandante ricorda loro che gli iracheni
usano le ambulanze per fare gli attentati. Paradossalmente il fotografo
riconosce un po’ di "umanità" a Doug, soldato che sa
colpire un pneumatico a 800 metri e che sembra l’unico in grado di sparare
colpi di avvertimento che si possano chiamare tali, così da allontanare
la gente senza ammazzarla.
La segnalazione di questa testimonianza [recuperata a fatica sul sito
di Le Monde] era presente, tra tante altre notizie, sul dossier Iraq [Ora
per ora del 12 aprile] del sito di Repubblica. Nessuna agenzia l’ha rilanciata,
nessuna smentita è stata necessaria: i casi sono due. Si tratta
di una bufala grandiosa, anche se non è prassi di Le Monde pubblicare
balle, oltretutto con nome e cognome di un serio professionista. L’altra
possibilità, escludendo che la cosa sia potuta sfuggire ai media,
è che davvero sia stata attivata una autocensura immediata, efficacissima,
tale da cancellare letteralmente la notizia.
Se uno "scoop" come questo è sparito nella sabbia [in
tutti i sensi] figurarsi le altre notizie "minori" che si sono
perse per strada e di cui l’opinione pubblica mondiale non verrà
mai a conoscenza. E non è questione di antiamericanismo, ma di
libertà di informazione. La stessa che si pretenderebbe di esportare
in Iraq e, ahimè, in altri paesi.
Roberto Calzà - Pergine Valsugana [Trento]
Laurent Van der Stockt: "Ho
visto marines americani uccidere dei civili"
Pubblichiamo la traduzione
della testimonianza del fotografo Laurent Van der Stockt, pubblicata su
Le Monde il 12 aprile.
Il fotografo Laurent Van der Stockt, dell’agenzia Gamma, sotto contratto
con il New York Times Magazine, accompagnato da Peter Maas, redattore
di questo stesso giornale, ha seguito per tre settimane la progressione
del 3/4 marines [4° reggimento, 3° battaglione] fino alla presa
di Baghdad, il 9 aprile. Nato in Belgio nel 1964, Laurent Van der Stockt
lavora principalmente nelle zone di conflitto: prima guerra del Golfo,
Jugoslavia, Afghanistan, Cecenia, Africa, territori occupati. Questa la
sua testimonianza.
Tutto comincia alla frontiera tra il Kuwait e l’Iraq. Forzo il passaggio
ed arrivo a Safouane. Soldati americani prendono l’iniziativa di strappare
ritratti di Saddam Hussein, nella via principale, davanti a degli abitanti
la cui gioia svanisce. Non gli passa per la testa neanche per un momento
che è qualcosa che spetta agli iracheni fare. Che è un’umiliazione.
Questi stessi soldati, tre settimane più tardi, sbulloneranno la
statua di Saddam, a Baghdad... Capisco che la strategia generale dei marines
è non di perdere tempo. Nelle città attraversate, occorre
fare una dimostrazione di forza e riprendere il cammino, avanzare il più
rapidamente possibile verso l’est, il deserto, senza contatto con la popolazione.
E’ difficile capire a cosa assomiglia un esercito che procede tra la sabbia.
Un formicaio. È più di una città in marcia, è
un mondo di cui non si vedono mai le estremità... È un esercito
di Cesare, ultramoderno, meccanico.
I primi giorni, con colleghi del New York Times e di Newsweek, provo a
seguire i convogli in 4×4, in una specie di gioco a nascondino.
In questo momento passiamo molto tempo con i 1.500 marines del 3/4 comandato
dal colonnello Bryan P. McCoy. I suoi uomini ci danno l’acqua, benzina,
dei prodotti alimentari. In cambio della loro tolleranza, rispettiamo
la regola di non superare il convoglio e di non accamparci in quel posto.
Siamo tollerati quanto basta. Il colonnello si rende conto che "alcuni
buffoni si comportano bene". Sa che abbiamo conosciuto più
guerre delle sue truppe.
Per McCoy, siamo certamente già interessanti. Potremo raccontare
la sua storia. Si stabilisce una certa fiducia. Abbiamo il diritto di
stare alla testa del convoglio. I marines sono generalmente meno favoriti
dell’esercito. Sono preparati per i lavori sporchi, meno onorevoli. Hanno
i carriarmati più vecchi, dei fucili M16 meno moderni. Traducono
essi stessi USMC [United States Marine Corps] con United States Misgodded
Children: i bambini persi, dimenticati da Dio, degli Stati Uniti. Il loro
motto è "Search and kill" [Cerca e uccidi]. L’unità
"chilo" si chiama "chilo killer". Sui serbatoi sono
disegnate le parole "Carnivoro" o "Blind Killer" [assassino
cieco]. McCoy può dire, con un sorriso, "Shame on you"
[vergognati] al cecchino che gli ha appena detto: "I’ve got eight
sir, but only five". Letteralmente: ne ho avuti otto, ma soltanto
cinque. Il che significa: ne ho colpiti otto, ma soltanto cinque sono
davvero morti.
Non ho mai visto una guerra con così pochi "ritorni".
L’esercito iracheno è un fantasma, quasi inesistente. In tre settimane,
ho visto dell’avversario soltanto alcuni razzi, il lancio di alcune bombe,
delle fosse abbandonate con un soldato iracheno morto accanto a un pezzo
di pane e a del vecchio materiale. Nulla che si concretizza in un vero
confronto, nulla di comparabile alla dismisura dei mezzi americani. Il
6 aprile, siamo alla periferia est di Baghdad, davanti a un ponte strategico
che gli americani hanno ribattezzato il Baghdad Highway Bridge. Le zone
abitate sono più numerose. I tiratori americani hanno ricevuto
l’ordine di uccidere tutto ciò che avanza verso di loro. Quella
notte, un adolescente che attraversava il ponte è stato ucciso.
La mattina del 7 aprile, i marines decidono di superare il ponte. Una
granata cade su un veicolo blindato. Muoiono due marines. Il passaggio
prende una piega tragica. I soldati sono tesi, febbrili. Gridano. Da parte
mia, considero che il rischio non è grandissimo e seguo il movimento.
Loro urlano, si gridano gli ordini, le posizioni, tra fantasmi, la mitologia,
il condizionamento. L’operazione si trasforma nel passaggio del ponte
sul fiume Kwaï.
Dopo, c’è una parte di terreno aperta, avanzano e prendono posizione,
nascosti dietro tumuli di terra. Sono sempre molto tesi. Un piccolo furgone
blu si dirige verso il convoglio. Tre colpi d’avvertimento, non molto
precisi, dovrebbero farlo fermare. L’automobile continua la sua corsa,
fa un mezzo giro, si mette al riparo, ritorna più prudentemente.
I marines sparano. Confusamente, sparano da tutte le parti. Poi qualcuno
grida "Stop the fire!" [cessate il fuoco]. Il silenzio che segue
è agghiacciante. Due uomini e una donna sono appena stati crivellati
di proiettili. Era questo il nemico, la minaccia. Una seconda automobile
arriva, lo scenario si ripete. I passeggeri vengono fatti fuori. Un nonno
cammina lentamente con il suo bastone, sul marciapiede. Uccidono anche
lui. Come prima, i marines sparano su una 4×4 che transita lungo
l’argine del fiume, che si avvicinandosi troppo a loro. Crivellata di
colpi, l’automobile si cappotta. Due donne e un bambino escono dalla carcassa
dell’auto, miracolati. Si rifugiano in un tugurio, polverizzato qualche
istante dopo da un tir pieno di carburante.
I marines sono condizionati dalla necessità di raggiungere l’obiettivo
a tutti i costi, restando vivi, di fronte a qualsiasi nemico. Approfittano
di una forza esagerata. Questa truppa agguerrita, seguita da tonnellate
di materiale, sostenuta da un’artiglieria straordinaria, protetta dai
caccia e da elicotteri ultramoderni, spara su degli abitanti che non comprendono
nulla. Ho visto di persona una quindicina di civili uccisi in due giorni.
Conosco abbastanza la guerra per sapere che è sempre sporca, che
i civili sono le prime vittime. Ma in questo modo, è assurdo.
Nel momento più duro, la persona che mostra maggiore umanità
è uno che si chiama Doug. E’ in grado di sparare veri colpi di
avvertimento. A 800 metri di distanza, può colpire un pneumatico,
poi il motore se il primo colpo non è bastato. Salva dieci vite
in due ore facendo cambiare percorso a dei civili che vengono verso noi.
Dei soldati, mortificati, dicono: "Non sono preparato a questo, non
sono venuto qui per sparare sui civili". Il colonnello ribatte che
gli iracheni utilizzano gli abitanti per uccidere i marines, che "dei
soldati sono mascherati da civili, che delle ambulanze commettono attentati
". Ho portato in automobile una ragazza che aveva la spalla trapassata
da un proiettile. Enrico la tiene tra le sue braccia. Nella parte posteriore
dell’auto, il padre della ragazza protegge il suo piccolo bambino ferito
al petto e che sta perdendo conoscenza. L’uomo dice al medico, quando
siamo nella zona dietro le linee, gesticolando: "Non capisco, stavo
camminando tenendo i miei bambini per mano. Perché non avete sparato
in aria? O almeno su di me?".
Dentro Baghdad, McCoy accelera la marcia, non perde più tempo per
fare perquisire casa dopo casa. Vuole arrivare il più rapidamente
possibile alla piazza del Paradiso. I marines non sparano sulla popolazione.
Il percorso si conclude con l’abbattimento della statua di Saddam. Sono
presenti più giornalisti che abitanti di Baghdad. I cinque milioni
di abitanti sono restati nelle loro case.
Testimonianza raccolta da Michel Guerrin
TESTO INTEGRALE IN FRANCESE
DELLA NOTIZIA CHE AVETE APPENA LETTO TRADOTTA IN ITALIANO
Vu par
Laurent Van der Stockt : "J’ai vu des marines américains tuer
des civils"
LE MONDE | 12.04.03 | 14h33 o MIS A JOUR LE 12.04.03 | 16h07
Le photographe Laurent Van der Stockt, de l’agence Gamma, sous contrat
avec le New York Times Magazine, accompagné par Peter Maas, le
rédacteur de ce même journal, a suivi pendant trois semaines
la progression du 3/4 marines (4e régiment, 3e bataillon) jusqu’à
la prise de Bagdad, le 9 avril. Né en Belgique en 1964, Laurent
Van der Stockt travaille essentiellement dans les zones de conflit : première
guerre du Golfe, Yougoslavie, Afghanistan, Tchétchénie,
Afrique, territoires occupés. Il témoigne.
"Tout commence à la frontière entre le Koweït
et l’Irak. Je force le passage et j’arrive à Safouane. Des soldats
américains prennent l’initiative de déchirer des portraits
de Saddam Hussein, dans la rue principale, devant des habitants dont la
joie s’évanouit. Ils n’imaginent pas un instant que c’est aux Irakiens
de le faire. Que c’est une humiliation. Ces mêmes soldats, trois
semaines plus tard, déboulonneront la statue de Saddam, à
Bagdad...
Je comprends que la stratégie générale des marines
est de ne pas perdre de temps. Dans les villes traversées, il faut
faire une démonstration de force et reprendre le chemin, monter
le plus vite possible par l’est, par le désert, sans contact avec
la population. On a du mal à réaliser à quoi ressemble
une armée qui progresse dans les sables. Une fourmilière.
C’est plus qu’une ville en marche, c’est un monde dont on ne voit jamais
les extrémités. C’est une armée de César,
ultramoderne, mécanique.
Les premiers jours, avec des confrères du New York Times et de
Newsweek, j’essaie de suivre les convois en 4 × 4, dans une sorte
de jeu de cache-cache. A ce moment, nous passons beaucoup de temps avec
les 1 500 marines du 3/4 dirigé par le colonel Bryan P. McCoy.
Ses hommes nous donnent de l’eau, de l’essence, de la nourriture. En échange
de leur tolérance, nous respectons les règles ne pas dépasser
le convoi, de camper à tel endroit. On est tout juste tolérés.
Le colonel voit bien que les "quelques rigolos se comportent bien".
Il sait que nous avons connu plus de guerre que ses troupes.
Pour McCoy, nous sommes sans doute déjà intéressants.
On pourra raconter son histoire. Une confiance s’installe. Nous avons
le droit de monter en tête du convoi. Les marines sont généralement
moins favorisés que l’armée. Ils sont préparés
pour les sales boulots, les moins honorifiques. Ils ont les tanks les
plus vieux, des fusils M16 les moins modernes. Ils traduisent eux-mêmes
USMC (United States Marine Corps) par United States Misgodded Children
: les enfants perdus, oubliés de Dieu, des Etats-Unis.
Leur devise est "Search and kill" (Chercher et tuer). L’unité
"kilo" se surnomme "kilo killer". Sur les chars sont
peints les mots "Carnivore" ou "Blind Killer" (tueur
aveugle). McCoy peut lâcher, dans un sourire, "Shame on you"
(honte à toi) au sniper qui vient de lui dire : "I’ve got
eight sir, but only five" ; littéralement : J’en ai eu huit,
mais seulement cinq, ce qui signifie : J’en ai touché huit, mais
seulement cinq sont vraiment morts.
Je n’ai jamais vu une guerre avec aussi peu de "retours". L’armée
irakienne est fantôme, quasi inexistante. En trois semaines, je
n’ai vu de l’adversaire que quelques roquettes, quelques tirs de balles,
des tranchées désertées avec un soldat irakien mort
à côté d’un morceau de pain et du vieux matériel.
Rien qui concrétise une vraie confrontation, rien de comparable
à la démesure des moyens américains.
Le 6 avril, nous sommes à la périphérie est de Bagdad,
devant un pont stratégique que les Américains appellent
le Bagdad Highway Bridge. Les zones habitées sont plus nombreuses.
Les snipers américains ont reçu l’ordre de tuer tout ce
qui avance vers eux. Cette nuit-là, un adolescent qui traverse
le pont est abattu.
Le matin du 7 avril, les marines décident de franchir le pont.
Un obus tombe sur un véhicule blindé. Deux marines sont
tués. Le passage prend une allure tragique. Les soldats sont stressés,
fébriles. Ils crient. Pour ma part, je considère que le
risque n’est pas majeur et je suis le mouvement. Eux hurlent, se crient
les ordres, leurs positions, entre le fantasme, la mythologie, le conditionnement.
L’opération se transforme en passage du pont de la rivière
Kwaï.
Après, c’est une portion de terrain ouverte, ils progressent et
prennent position, cachés derrière des buttes de terre.
Ils sont toujours très tendus. Une petite camionnette bleue se
dirige vers le convoi. Trois tirs de sommation, pas très ajustés,
devraient la faire s’arrêter. La voiture continue de rouler, fait
un demi-tour, se met à l’abri, revient doucement. Les marines tirent.
C’est confus, ils tirent finalement de toutes parts. Des "Stop the
fire !" (cessez-le-feu) sont criés. Le silence qui suit est
accablant. Deux hommes, une femme viennent d’être criblés
de balles. C’était ça l’ennemi, la menace.
Une deuxième voiture arrive, le scénario se répète.
Les passagers sont tués net. Un grand-père marche lentement
avec sa canne, sur le trottoir. Ils le tuent aussi (photo ci-dessus).
Comme la veille, les marines tirent sur un 4 × 4 qui longe la berge
du fleuve, s’approchant trop près d’eux. Criblée de balles,
la voiture part en tonneau. Deux femmes et un enfant en sortent, miraculés.
Ils se réfugient dans une masure. Elle est volatilisée quelques
instants plus tard par un tir tendu de char.
Les marines sont conditionnés pour atteindre l’objectif à
tout prix, en restant vivant, face à n’importe quel ennemi. Ils
abusent d’une force inadaptée. Cette troupe aguerrie, suivie de
tonnes de matériel, appuyée par une artillerie extraordinaire,
protégée par des avions de chasse et des hélicoptères
ultramodernes, tire sur des habitants qui n’y comprennent rien.
J’ai vu directement une quinzaine de civils tués en deux jours.
Je connais assez la guerre pour savoir qu’elle est toujours sale, que
les civils sont les premières victimes. Mais comme ça, c’est
absurde.
Au moment le plus dur, la personne qui montre le plus d’humanité
est un nommé Doug. Il fait de vrais tirs de sommation. A 800 mètres,
il peut toucher un pneu, puis le moteur si cela n’a pas suffi. Il sauve
dix vies en deux heures en faisant rebrousser leur chemin à des
civils qui viennent vers nous.
Des soldats, désemparés, disent : "Je ne suis pas préparé
à ça, je ne suis pas venu ici pour tirer sur des civils."
Le colonel oppose que les Irakiens utilisent les habitants pour tuer des
marines, que "des soldats sont déguisés en civils,
que des ambulances commettent des attentats".
J’ai emmené en voiture une fillette qui avait l’humérus
transpercé par une balle. Enrico la tient dans ses bras. A l’arrière,
le père de la fillette protège son petit garçon blessé
au torse et qui est en train de perdre connaissance. L’homme dit au docteur,
à l’arrière des lignes, à l’aide de gestes : "Je
ne comprends pas, je marchais en tenant mes enfants par la main. Pourquoi
n’avez-vous pas tiré en l’air ? Ou même sur moi ?"
Dans Bagdad, McCoy accélère la marche, ne prends plus le
temps de faire fouiller maison après maison. Il veut arriver au
plus vite sur la place du Paradis. Les marines ne tirent pas sur la population
qui grossit. Le parcours se termine par le déboulonnage de la statue
de Saddam. Il y a plus de journalistes que de Bagdadis. Les cinq millions
d’habitants sont restés dans leurs maisons.
Propos recueillis par Michel Guerrin
M. Franks : "Saluer les gens avec le sourire"
Lors d’une visite, vendredi 11 avril, sur la base américaine de
Bagram, en Afghanistan, le général Tommy Franks, commandant
américain des opérations militaires en Irak, a expliqué
avoir retenu quelques enseignements de la guerre contre le régime
des talibans. "Nous avons appris, ou confirmé, en Afghanistan
un certain nombre de choses que nous avons appliquées en Irak."
Il a ainsi donné en exemple "l’utilisation de bombardements
de précision et des forces spéciales, l’apport d’aide humanitaire
et savoir saluer les gens avec le sourire". "Lorsqu’on travaille
à la chute d’un régime comme cela, il est surtout important
d’être prêt à apporter une assistance humanitaire à
la population", a-t-il ajouté.
"Mes patrons disent bien que l’Irak reste un endroit très
dangereux, et évidemment l’Afghanistan reste aussi un endroit dangereux",
a-t-il conclu.
ARTICLE PARU DANS L’EDITION DU 13.04.03
da
www.carta.it
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