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Perché i nuovi ceppi di influenza arrivano frequentemente dall’estremo oriente

Oggi un brano di “microstoria” sull’influenza, e una risposta di un lettore circa il brano su Altamira

INFLUENZA

L’influenza è meno prevedibile e più diffusa delle infezioni che colpiscono abitualmente i bambini. Anche se ogni inverno si verificano molti episodi di influenza, le epidemie vere e proprie si manifestano solo ogni 8-10 anni. In questi casi, di solito, nel Regno Unito contrae l’infezione una persona su dieci, e circa 25.000 muoiono. L’ultima epidemia di influenza in Gran Bretagna si è verificata nel 1989, con 600.000 casi e 26.000 morti.

Le pandemie di influenza appaiono a intervalli più ampi, e sono molto più devastanti. Nel corso del Novecento ce ne sono state tre — nel 1918, nel 1957 e nel 1968 — e ogni volta il virus si è diffuso in tutto il mondo come un maremoto. Ciò è potuto succedere solo perché nessuno — neanche quelli che erano stati contagiati dalle precedenti pandemie — era immunizzato.

Il termine “influenza” è stato coniato dagli italiani nel quindicesimo secolo, per esprimere l’idea che la malattia fosse causata da malefici “influssi” soprannaturali. Una delle prime pandemie di influenza su cui abbiamo documenti scritti risale al 1562, quando la malattia venne ribattezzata “la novella conoscenza”. Scrivendo a Sir W. Cecil a Londra dalla corte di Maria Stuarda a Edimburgo, Randolph raccontava:

Si tratta di una malattia che colpisce nella testa, e produce dolori allo stomaco e una forte tosse, che in alcuni dura a lungo, in altri meno, a seconda che i loro organismi siano adeguati alla natura della malattia.

È l’eccezionale capacità del virus di modificare la propria struttura genetica a fare sì che ci siano frequenti epidemie, intervallate da pandemie meno frequenti ma più devastanti. Il materiale genetico di questo virus muta spesso, e quindi i virus che circolano in una comunità cambiano la loro struttura proteica due o tre volte all’ anno. Il fenomeno è definito “deriva antigenica”, perché il virus si allontana lentamente dal proprio ceppo di provenienza, e al tempo stesso dall’immunità sviluppata dai nostri organismi nel corso delle prece denti esposizioni. A un certo punto il virus alterato si differenzia dall’originale a un livello tale da infettare le persone che erano già immunizzate nei confronti del suo progenitore; è allora che scoppia una nuova epidemia.

Dato che le proteine HA e NA sono di fondamentale importanza nel processo di immunizzazione contro l’influenza, i virus vengono definiti sulla base del tipo di proteine che trasportano. Il virus che provocò l’influenza “spagnola” nel 1918 fu retrospettivamente definito H1N1. Tale virus continuò a circolare subendo solo derive marginali fino al 1957, quando comparve l’ N2N2, la cosiddetta “asiatica”, che a sua volta nel 1968 fu rimpiazzata dall’H3N2, la “Hong Kong”, mentre nel 1976-1977 riapparve l’H1N1. Ciascuna di queste modifiche radicali coincise con una pandemia.

I ricercatori cominciarono a occuparsi dell’influenza fin dal 1901, molto prima che i virus fossero individuati o descritti. Eugenio Centanni , un italiano che lavorava a Ferrara, scoprì che la “peste dei polli” (una malattia letale simile all’ influenza che colpisce il pollame devastandone regolarmente gli allevamenti) era causata da un agente filtrabile. Centanni ricostruì minuziosamente il percorso dell’epidemia che allora infuriava, mentre si spostava attraverso l’Italia, e supera va le Alpi per arrivare in Austria e di lì in Germania. E scoprì che il colpevole era un commerciante di pollame ambulante che portava con sé degli animali malati . Nell’estate del 1901 questo sfortunato ambulante approdò alla fiera del pollame di Brunswick , provocandone la chiusura anticipata e facendo tornare a casa in gran fretta tutti i partecipanti, con i loro animali appena infettati che in questo modo contribuirono a diffondere ulteriormente l’infezione.

Nonostante queste osservazioni, la reale identità del virus non fu scoperta che nel 1955 quando Werner Shafer , che lavorava al Max Planck Institut fùr Virusforschung di Tubinga in Germania, scoprì che si trattava del virus dell’influenza aviaria, parente stretto del virus che colpisce la nostra specie. Shafer ipotizzò ciò che più avanti divenne una certezza, ossia il fatto che in determinate condizioni i virus dell’influenza che colpiscono specie diverse possano subire un processo di scambio o riassortimento generico che consente loro di infettare un’altra specie ospite, e che “in questo modo un nuovo agente dell’influenza [umana] potrebbe svilupparsi dalla malattia degli uccelli, e viceversa

Il materiale genetico che compone il virus dell’influenza è segmentato in otto geni diversi, così che quando due ceppi differenti del virus infettano la stessa cellula i nuovi virus possono contenere una combinazione dei geni dei due virus originari. Molti virus creati da questo cosiddetto riassortimento di geni non troveranno un ospite adatto da infettare, o non saranno sufficientemente diversi dai loro progenitori da causare problemi. Ma se il riassortimento coinvolgerà i geni delle proteine HA o NA, allora i virus che ne risultano potrebbero essere abbastanza diversi dal ceppo in circolazione da riuscire ad aggirare l’immunità dell’ospite. In questo caso il nuovo virus disporrà di un vantaggio selettivo rispetto ai propri simili e si diffonderà in breve tempo, essendo potenzialmente in grado di provocare anche una pandemia. Il riassortimento generico può verificarsi tra due virus dell’influenza umana che hanno infettato la stessa cellula, e può essere provocato artificialmente in laboratorio. Può anche avvenire negli uccelli o in mammiferi come i maiali, con possibilità di riassortimento tra geni dell’influenza umana e di quella aviaria o suina. Questi animali funzionano come serbatoi di virus di ceppi diversi, uno dei quali di tanto in tanto riesce a intrufolarsi nella popolazione umana e a provocare una pandemia.

Nuovi ceppi di influenza arrivano dall’estremo oriente più frequentemente di quanto potrebbe accadere per puro caso. Sia le pandemie del 1957 (asiatica) che quella del 1968 (Hong Kong) hanno avuto questa origine, così come i ceppi Beijing (Pechino), Shangdong , Wuhan e Singapore. La teoria più plausibile per spiegare questo enigma geografico indica come epicentro dell’infezione le zone rurali della Cina meridionale, il luogo al mondo in cui ci sono più maiali, esseri umani e uccelli acquatici (soprattutto anatre) che vivono in stretto contatto tra loro.

Perché un virus che ha subito uno shift genetico infetti l’uomo di solito è necessario che si verifichi una triangolazione uccello-maiale-uomo . Gli uccelli acquatici sono i serbatoi principali dei virus dell’influenza, che per loro è praticamente innocuo. In questi animali è possibile trovare tutti i quindici tipi di HA e i nove tipi di NA, in tutte le combinazioni possibili. Sono loro, dunque, a funzionare da melting pot , riunendo nei loro organismi un gran numero di ceppi diversi, che vengono poi abbondantemente espulsi con i loro escrementi. Ma solo i virus contenenti alcuni specifici ceppi di HA possono infettare direttamente le cellule umane. Perché i virus provenienti dagli uccelli, riassortiti , si diffondano efficacemente tra gli umani è dunque necessaria la presenza di un ospite intermedio. Ed è qui che entrano in gioco i maiali, che sono altamente vulnerabili sia ai virus influenzali umani sia a quelli degli uccelli.

Crawford D. “Il nemico invisibile - storia dei virus”, Raffaello Cortina Editore, pag. 104

Scrive Francesco Marconi :

"Mi occupo da tempo di studi sulla preistoria, in particolare sull’uomo di Neandertal e sulla comparsa dell’uomo Sapiens in Europa, anche se a livello assolutamente dilettantistico (in realtà lavoro in campo informatico).
Ho letto mucchi di articoli sulle grotte di Altamira , Lascaux , ecc., e quindi le interpretazioni che tali disegni volessero riprodurre eventi magico-religiosi . Tante volte io stesso mi sono trovato in disaccordo con queste interpretazioni che considero parte di uno schema nel quale abbiamo inquadrato certe culture più primitive. Poiché si tratta di uomini di 15-20-30 mila anni fa, essi erano per forza pieni zeppi di superstizioni e di credenze retrograde. Quasi a voler mettere in evidenza che solo noi uomini moderni abbiamo grazie alla nostra tecnologia possiamo dirci evoluti.
Se potevano essere arretrati da un punto di vista tecnologico, credo che dovremmo rivedere le nostre concezioni dal punto di vista psicologico. Come noi spesso amiamo arredare la nostra casa con dei quadri riportanti determinate immagini solo perché ci piacciono quelle immagini, allo stesso modo dobbiamo accettare che anche le popolazioni più antiche coltivassero desideri simili. (Non dimentichiamoci che le prime scoperte di questi disegni furono accolte, giustamente, con sospetto, dato che non uomini tanto primitivi si reputavano capaci di realizzare simili capolavori).
Questo non significa che dobbiamo escludere a priori certi significati magico-religiosi . Anche noi possediamo immagini sacre nelle nostre chiese. Significa semplicemente che non tutto deve essere ricondotto a questi fenomeni. Accanto ai fenomeni magico-religiosi ci sono desideri di disegnare un animale solo perché ci piace quell’ animale. Allo stesso modo le immagini delle impronte delle mani presenti all’interno della grotta di Lascaux , potrebbe essere semplicemente un gioco di questi uomini primitivi, sorridendo a come la loro impronta restasse disegnata sulla grotta della caverna, senza doverlo per forza interpretare come un rito iniziatico , come spesso si legge.

Francesco Marconi

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