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È davvero sorprendente la modernità
dei problemi formulati e discussi dai Sofisti.
In primo luogo, gli aspetti filosofici della teoria della conoscenza e
della percezione: fino a che punto le percezioni sensoriali siano da considerarsi
infallibili ed incorreggibili, ed i problemi connessi. La natura della
verità, la relazione tra ciò che appare e ciò che è reale, o vero. Il
rapporto tra il linguaggio, il pensiero e la realtà.
La sociologia della conoscenza, in quanto gran parte di ciò che supponiamo
di conoscere appare condizionato socialmente, anzi etnicamente. Questo
rese possibile per la prima volta un approccio autenticamente storico
alla cultura umana, soprattutto attraverso l’idea del cosiddetto antiprimitivismo,
cioè il rifiuto della convinzione che nel lontano passato tutto fosse
migliore, a favore della fede nel progresso e del concetto di un graduale
sviluppo nella storia degli esseri umani.
Il problema se si possa mai giungere alla conoscenza degli dèi, e la possibilità
che le divinità esistano soltanto nella nostra mente.
I problemi teorici e pratici legati alla vita in società democratiche,
con l’annessa teoria secondo cui tutti gli uomini sono o dovrebbero essere
uguali, almeno per qualche aspetto.
Che cosa sia la giustizia. Quale debba essere l’atteggiamento dell’individuo
di fronte a valori imposti dagli altri, specie in una società organizzata,
dove si richiede obbedienza alle leggi ed allo stato. Il problema delle
pene.
Le rivoluzionarie conseguenze della teoria secondo cui la virtù può essere
insegnata: che è soltanto un modo per esprimere in un linguaggio ormai
fuori moda quello che intendiamo quando diciamo che uomini di una certa
condizione sociale possono essere cambiati con l’educazione. Il che a
sua volta solleva il pressante interrogativo di che cosa vada insegnato,
da chi e a chi. L’effetto esercitato da tutto ciò sulle nuove generazioni
in rapporto alle vecchie. Alla base di tutto, due temi dominanti: la necessità
di accettate il relativismo nei valori ed in ogni altro campo senza ridurre
tutto al soggettivismo, e la convinzione che nessun aspetto della vita
dell’uomo o del mondo nel suo insieme dovrebbe essere escluso dalla conoscenza
ottenuta attraverso ragionata discussione.
Un lungo elenco, e si può giustificare chi è convinto che esso rappresenti
quasi un vero e proprio processo di transizione da una precedente, tradizionale
visione del mondo ad un mondo che è — per condizioni intellettuali — il
nostro, con i nostri problemi.
La storia e l’ambiente di
Atene nel 400 a. C.
Le riforme costituzionali inaugurate
ad Atene nel 462 a.C. diedero vita a quella che qualcuno considerava una
democrazia piena, o pura. Tucidide dice: «è chiamata democrazia, perché
la gestione degli affari è affidata non a pochi, ma a molti; ma, mentre
la legge stabilisce per tutti l’uguaglianza in materia di affari civili,
per gli affari pubblici lasciamo piena libertà al valore dei singoli0».
I due principi sono:
(1) il potere deve essere del popolo nella sua totalità e non di una piccola
parte dei cittadini;
(2) le alte cariche, che comportano il diritto di deliberare ed agire
per il popolo, devono essere affidate a quanti siano più adatti e più
abili a svolgere tali funzioni.
In pratica il primo principio si traduceva nel potere dell’assemblea e
nella graduale estensione del sistema di eleggere per sorteggio la maggior
parte dei magistrati civili. Istituendo per tali cariche una retribuzione
si misero in grado i cittadini poveri di offrirsi per l’eventuale elezione,
e l’importanza di questo fatto è denunciata dalla feroce opposizione dei
conservatori.
Per contro, non si tentò in alcun modo di estendere alla carica di stratega,
ossia di generale, il principio dell’elezione per sorteggio. Dal punto
di vista militare ciò fu indubbiamente dettato dal buon senso. Fu in qualità
di stratégos, ossia di generale, che Pericle si assicurò l’ininterrotta
permanenza al potere.
I sofisti offrivano un prodotto costoso, prezioso per quanti aspiravano
a far carriera in politica e più in generale nella vita pubblica: una
sorta di selettiva istruzione secondaria. Ma, poiché l’intento fondamentale
restava quello di preparare gli uomini alla carriera politica, non dovrebbe
stupire il fatto che una parte essenziale dell’educazione consistesse
nell’esercizio della persuasione oratoria. Su questo punto dice bene J.B.
Bury:
"Le istituzioni
di una città greca democratica presupponevano nel comune cittadino la
capacità di parlare in pubblico, e per chiunque ambisse alla carriera
politica questo era indispensabile. Chi, trascinato in tribunale dai suoi
nemici, non avesse saputo parlare era nella situazione di un civile inerme
attaccato da soldati. La capacità di esprimere ie proprie idee in modo
chiaro e tale da persuadere un uditorio era un’arte da insegnare e da
imparare."
Perché essere pagati faceva
scandalo
I sofisti per la loro opera
di insegnanti ricevevano un onorario. Secondo Platone era una novità rispetto
a quanti li avevano preceduti, ed è chiaro che per molti era riprovevole
il fatto stesso che ricavassero un utile, più che la sua entità. E perché?
Ad Atene non si disapprovava di certo che si fornissero consigli in cambio
di denaro. I poeti, gli artisti, i dottori erano tutti remunerati.
Perché, allora?
Si è solitamente risposto che a scandalizzare non era in sé e per sé la
richiesta di un onorario, bensì il fatto che i sofisti vendessero l’insegnamento
di sapienza e virtù: non è questo il genere di cose che si dovrebbe vendere,
amicizia e gratitudine dovrebbero essere un’adeguata ricompensa. Ciò che
è immorale è il fatto che i sofisti vendono la sapienza a chiunque
capiti, senza discriminazione: chiedendo un compenso si sono privati
del diritto di distinguere e scegliere i loro allievi. Il che — si dice
— comporta il fatto di dare lezioni a «gente di tutti i tipi» — una frase
carica di disprezzo in greco come in italiano — e di ricevere denaro da
chiunque voglia farsi avanti. Uno dei risultati — si dice — è la perdita
di libertà da parte del sofista, che diviene schiavo di chiunque venga
a lui con del denaro.
È dunque probabile che a causare veramente il biasimo fosse il fatto che
persone di ogni tipo potessero ottenere, semplicemente comprandolo, ciò
che i sofisti avevano da offrire. E ciò che i sofisti avevano da offrire
— secondo le parole attribuite a Protagora — comprendeva l’istruire un
individuo sulle faccende dello stato, cosicché potesse acquisire un peso
effettivo negli affari della città, sia in qualità di oratore che di uomo
d’azione: in altre parole, potesse divenire un politico valente e di successo
(cfr. Protagora 3 19a1 s.). Derivò senza dubbio di qui la forte
attrattiva esercitata ad Atene dai sofisti, e così pure l’odio verso di
loro che portò agli attacchi dei comici, alle persecuzioni ed infine alla
morte dello stesso Socrate, nel trapasso dal V al IV secolo.
Kerferd G., "I sofisti", Mulino, pag. 39
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