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I problemi di sicurezza nella costruzione della bomba atomica

Un piccolo indovinello per divertirvi con gli amici, specie quelli saccenti. Provate a domandare in che stato è eslosa la prima bomba atomica. Risponderanno Giappone, ma non è vero: accadde negli Usa nel 1945, ad Alamogordo, dove fu sperimentato il primo prototipo, che era stato costruito a Los Alamos, in Nuovo Messico.
Tra i ricercatori che contribuirono al progetto – anche se poi si rammaricò di averci lavorato senza riflettere – c’era Feynman, un matematico premio Nobel nel 1964.
Feynman  racconta notizie interessanti sul tema sicurezza. La sicurezza – si sa – è come una catena: basta un solo anello debole e tutta la catena non serve più a nulla.
Scrive Feynman:
"Si era in ritardo per tutta la questione della costruzione della bomba atomica.
Allora io venni mandato a Chicago, a scoprire più cose che potevo sulla bomba e problemi connessi. Gli altri avrebbero cominciato a costruire nel nostro laboratorio a Princeton strumenti, contatori vari e altre cose che ci sarebbero serviti a Los Alamos, spedendoli poi nei laboratori di costruzione della bomba in Nuovo Messico. Così non si sarebbe perso tempo.
Mi mandarono quindi a Chicago: avrei dovuto presentarmi a quelli di un gruppo dicendo che avrei lavorato con loro, che quindi mi dovevano esporre in maniera abbastanza dettagliata il problema in modo che io potessi dedicarmici subito. Poi dovevo contattare un altro gruppo, dire che avrei lavorato con loro, e ricominciare da capo. Così sarei stato al corrente di tutto.
Non era una cattiva idea, anche se non mi sembrava molto corretto. Ma fui fortunato: quando uno di loro mi spiegò il problema, chiesi: «Perché non prova a fare così?». Seguì il mio suggerimento e in mezz’ora trovò la soluzione, dopo tre mesi che girava a vuoto. Be’, il mio contributo l’avevo dato.
Rientrato a Princeton spiegai quanta energia sarebbe stata liberata, come sarebbe stata la bomba e così via.
Dovevamo tra l’altro prendere delle precauzioni. Per esempio, non acquistare il biglietto del treno alIa stazione di Princeton. Se tutti in blocco avessimo
acquistato biglietti per Albuquerque, New Mexico, dalla stazioncina, avremmo dato nell’occhio; e si sarebbe potuto pensare che laggiù qualcosa bolliva in pentola. Così tutti acquistarono il biglietto da altra parte. Io no, perché — pensai — se tutti erano andati altrove...
AIIo sportello: «Mi dia un biglietto per Albuquerque, New Mexico».
E il bigliettaio: "Ma allora tutta la roba era per lei! ».
Avevamo spedito montagne di strumenti per settimane illudendoci che nessuno
notasse l’indirizzo.
Feynman R. "Il piacere di scoprire", Adelphi, pag. 72
Dopo che ero arrivato a Los Alamos mi chiesero di sospendere il lavoro col mio gruppo e andare a dirigere il gruppo IBM. La squadra era in gamba, anche se in nove mesi avevano risolto solo tre promblemi. Erano stati tenuti all’oscuro di tutto. L’esercito aveva selezionato gli studenti più brillanti, e dotati per la tecnica, per inserirli in uno speciale distaccamento ingegneri: li avevano spediti a Los Alamos e sistemati in baracche, senza dire loro assolutamente nulla, e li misero al lavoro. Dovevano lavorare su macchine IBM, perforando sulle schede numeri per loro senza senso. Logico che procedessero come lumache. Dissi a Oppenheimer che bisognava spiegare loro lo scopo del lavoro; lui andò a parlare a quelli della sicurezza e ottenne, in via straordinaria, l’autorizzazione a farmi tenere una conferenza. I ragazzi uscirono entusiasti. «Stiamo combattendo anche una guerra! ». Finalmente vedevano lo scopo finale, capivano il senso dei numeri. Se la pressione aumentava, veniva liberata più energia!
Fu un cambiamento radicale! Cominciarono a darsi da fare, a cercare di fare meglio. Migliorarono i procedimenti, lavoravano di notte senza bisogno di supervisione: non avevano più bisogno di nulla, capivano tutto. E inventarono molti dei programmi che abbiamo poi utilizzato. I ragazzi facevano scintille, ed era stato sufficiente spiegare loro cosa stavano facendo. Se prima avevano risolto tre problemi in nove mesi, ora riuscimmo a risolverne nove in tre mesi, circa dieci volte di più.
Feynman R. "Il piacere di scoprire", Adelphi, pag. 94
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In coda un contributo arrivato ora su un vecchio tema di discussione: la tarantella.

Giovanni Perazzi scrive:

"Ho letto di una richiesta di notizie sull’origine della tarantella. Intanto segnalo "La terra del rimorso" di E. De Martino (Ed. Il Saggiatore), ma provo a fornire qualche notizia.  La tarantella fa parte di una grande famiglia di danze e musiche rituali diffuse, nello specifico, nell’area mediterranea (ad es.: l’ "argia" sarda). Il mito fondante di tali rituali è, spesso, la puntura di un animale velenoso che, insieme, avvelena e possiede la vittima. La guarigione avviene tramite una particolare danza ed una particolare musica che deve essere eseguita molto spesso con una certa scadenza calendariale, con una certa "scenografia", etc. La tarantella ha resistito per più lungo tempo in Puglia, in particolare nel Salento, lentamente prima assimilata e poi respinta dalla chiesa ufficiale. Sopratutto all’avvicinarsi dell’estate la Taranta pungeva i malcapitati (quasi sempre donne), "costringendole" a danzare al ritmo frenetico della "tarantella". Nei filmati girati negli anni ’50 da E. De Martino, si può ascoltare una musica molto meno "folkloristica" e "simpatica" della tarantella a cui siamo abituati. Da notare che c’erano dei musicisti "specializzati" in tarantelle, che avevano anche il compito di diagnosticare il tipo di taranta con cui si aveva a che fare (triste, ballerina, svergognata, etc.) ed a scegliere, quindi, il tipo di musica più confacente all’allontanamento del "veleno". Questo che un culto esteso anche nelle regioni vicine, fu lentamente assorbito dal culto di San Paolo di Galatina (ed il Santo divenne il guaritore dei morsi della taranta. Non ho notizie sull’attuale situazione. Mi preme ricordare che tali riti troppo facilmente si prestano ad una lettura in termini di "mancanza" (mancava il benessere, mancava la cultura, etc.), mentre offrono l’occasione per una riflessione sui mezzi attualmente a disposizione per lenire sofferenze non sempre nominabili, per "reintegrare" chi soffre in una comunità, per dare una "leggibilità" al nostro mondo.

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