Tutto comincia con uno scherzo...
In questo momento, nel mondo, alcuni medici staranno celebrando la scoperta di un nuovo disturbo, altri la sconfitta di uno vecchio.
Ma il dottor Ivan K. Goldberg potrebbe essere il primo nel suo campo ad aver guadagnato la notorietà per aver dato il nome a un disturbo che egli stesso afferma non esistere!
«Sono tutte balle! Non esiste nulla chiamato dipendenza da Internet! Internet può creare dipendenza tanto quanto il proprio lavoro: le persone che si definiscono tali lavorano semplicemente per sfuggire a una serie di altri problemi.»
Con queste parole, Ivan Goldberg ha cercato invano di porre rimedio a quello che egli stesso ha definito il proprio scherzo meglio (o peggio?) riuscito.
Il dottor Goldberg è uno psichiatra dell’Upper East Side che passa circa due ore al giorno a «navigare» all’intemo dei «bullettin boards» del sito PsyCom.Net, un cyberclub per «strizzacervelli» che egli stesso ha fondato nel 1986.
Nel 1995 decise di fare un piccolo scherzo ai membri di questo sito inviando a tutti una email contenente la parodia dell’ultima versione del DSM (Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali), ovvero del «Vangelo» della psichiatria.
Per dimostrare la complessità e la rigidità del manuale, si inventò un disturbo chiamato «Internet Addiction Disorder» (ovvero «disturbo da dipendenza da Internet») di cui elenchiamo i criteri diagnostici:
Il disturbo da dipendenza da Internet è causato da un errato uso di Internet,che provoca danno o sofferenza clinicamente significativa manifestati da tre o più dei seguenti sintomi comparsi in uno stesso periodo nell’arco di dodici mesi.
TOLLERANZA, come definita dai seguenti sintomi:
1. Aumento significativo del tempo trascorso in Internet per ottenere soddisfazione.
2. Riduzione significativa degli effetti derivanti dall’uso continuo delle medesime quantità di tempo trascorso in Internet.
ASTINENZA, manifestata dall’insieme dei seguenti sintomi:
1. Sindrome di astinenza caratteristica:
a) Cessazione o pesante diminuzione dell’uso di Internet
b) Dopo il criterio a) si sono sviluppati, in un arco di tempo da diversi giorni a un mese, due o più dei seguenti sintomi:
b1) agitazione psicomotoria;
b2) ansia;
b3) pensieri ossessivi focalizzati su cosa sta succedendo in Internet;
b4) movimenti volontari e involontari di typing con le dita;
b5) uso di Internet o di servizi on-line intrapresi per alleviare l’astinenza.
(I sintomi del criterio b causano danno o dolore in aree del funzionamento sociale, occupazionale o in altri ambiti importanti).
2. Accesso a Internet sempre più frequente o per periodi di tempo più prolungati rispetto all’intenzione iniziale.
a) Desiderio persistente o sforzo infruttuoso di interrompere o tenere sotto controllo l’uso di Internet.
b) Dispendio della maggior parte del tempo in attività correlate all’uso di Internet (acquisto di libri, ricerca di nuovi siti, organizzazione di file, ecc.).
c) Perdurare dell’uso di Internet nonostante la consapevolezza dei problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici persistenti o ricorrenti verosimilmenmente causati o esacerbati dall’uso di Internet (de-privazione di sonno, difficoltà coniugali, ritardo agli appuntamenti, trascuratezza nei confronti dei propri doveri occupazionali, sensazione di abbandono dei propri cari).
Con sua enorme sorpresa, molti colleghi ammisero d’aver riscontrato l’esistenza di questo disturbo in diversi pazienti e scrissero al dottor Goldberg chiedendo aiuto.
Questo bastò a far nascere immediatamente il gruppo di supporto on-line per il disturbo da dipendenza da Internet.
La notizia che esisteva questo gruppo fu molto più veloce di un qualunque virus che possa colpire un computer: centinaia di persone che si autodefinivano «dipendenti» scrissero ammettendo le loro pene e i loro sintomi dovuti, in alcuni casi, anche a più di dodici ore di navigazione giornaliere. L’attenzione e la preoccupazione riguardo all’eccessivo utilizzo di Internet iniziarono a diffondersi ovunque.
Il College Park dell’università del Maryland mise a disposizione degli studenti un gruppo di consulenti chiamato «Caught in the Net», ossia «presi nella Rete»; il McLean Hospital, noto servizio di igiene mentale di Belimont (Massachusetts), fondò una nuova clinica per «computer junkies» (i drogati dal computer); la dottoressa Kimberly Young, una professoressa associata di psicologia all’università di Pittsburg, annunciò la formazione del «Center for On-line Addictions» (centro per le dipendenze on-line), per aiutare le grandi compagnie a identificare quegli impiegati che facevano uso compulsivo del computer.
In un recente articolo apparso sul Times, la dottoressa Young è stata indicata quale esperta, chiamata in causa dall’Associazione Psichiatrica Americana, per conferire un riconoscimento ufficiale al disturbo; questa «azione» avrebbe poi permesso alle compagnie di assicurazione di rimborsare ai «dipendenti» i costi sostenuti per eventuali terapie.
Nel giro di pochissimo tempo sono sorti almeno altri due gruppi di supporto per la dipendenza da Internet.
Il medico pioniere «inventore» del disturbo si allarma per ciò che si rende conto d’aver in parte creato senza volerlo.
Dal suo studio di Lexington Avenue, il dottor Goldberg cerca così di ridefinire il disturbo da lui denominato «Internet Addiction Disorder» (disturbo da dipendenza da Internet) in «Pathological Internet-use Disorder» (disturbo da utilizzo patologico di Internet), con le seguenti caratteristiche:
L’utilizzo del computer è tale da causare A e/o B:
A. Disagio
B. Diminuzione delle attività lavorative, accademiche, sociali, familiari, finanziarie, psicologiche o fisiologiche.
Non si tratta quindi di un «mea culpa», tantomeno della negazione di quella che si è rivelata l’invenzione vera e propria di una malattia, ma di un tentativo di limitare un danno che egli stesso riconosce potenzialmente ingente.
Lo psichiatra spiega: «I.A.D. è un termine inadatto e infelice. Suona come se avessimo a che fare con l’eroina, una sostanza che crea una reale dipendenza fisica e che è in grado di alterare la composizione cellulare del corpo. Medicalizzare ogni comportamento inserendolo all’interno della nomenclatura psichiatrica è a dir poco ridicolo!
Se generalizziamo il concetto di dipendenza a ogni cosa che un individuo può fare in eccesso, allora dovremmo parlare di dipendenza da libri, da jogging e da tante altre cose.»
E aggiunge: «Avere un gruppo di supporto per l’I.A.D. ha senso quanto averne uno per la tosse!», ma rimane comunque uno dei maggiori contribuenti dell’«Internet addicts forum» (gruppo di discussione dei dipendenti da Internet).
La creazione di una nuova malattia
La verità è che la provocazione diagnostica architettata da Goldberg avrebbe dovuto far sorridere.
Secondo un articolo del 1999 presentato dal dottor David Greenfield a un incontro dell’Associazione Psichiatrica Americana, circa undici milioni di persone possono oggi essere definite dipendenti da Internet.
Qualcosa deve quindi essere intervenuto a smorzare non solo il tono e il senso puramente provocatorio dell’intervento dello psichiatra americano, ma anche le sue stesse parole di disconferma.
Prima di tutto, si è verificata la proliferazione in Rete di questionari di autovalutazione che tuttora rappresentano la tecnica più adottata dai vari ricercatori per individuare i soggetti con problemi relativi all’uso di Internet. Si tratta di questionari che cercano essenzialmente di definire clinicamente «la sindrome di tossicomania da Internet»: possono essere più o meno brevi, solitamente composti da più domande a risposta multipla e, una volta completati dall’utente, vengono rispediti all’autore mediante posta elettronica.
A questi, si è successivamente accompagnata la crescita esponenziale delle relative risposte degli utenti di Internet che, riconosciutisi quali «malati della Rete», hanno incrementato la propria attività di «navigazione» alla ricerca di esperti e risposte on-line.
Sono quindi nati i primi gruppi di auto-aiuto on-line; siti fondati da studenti, casalinghe, impiegati o dirigenti d’azienda che, con l’intenzione di aiutarsi reciprocamente attraverso la Rete, si scrivono settimanalmente centinaia di e-mail manifestando tutto il loro disagio, ma contemporaneamen te tutto il loro supporto, per poter uscire dalla trappola che paradossalmente devono utilizzare per poter comunicare!
Altri siti hanno invece proposto vere e proprie «cliniche on-line», fornite di esperti per eventuali consulenze e psicoterapie in diretta, stanze di conversazione per utenti che volessero scambiare opinioni e informazioni con altri «pazienti», bacheche virtuali in cui lasciare messaggi e appunti, pubblicazione di articoli che potessero aggiornare la situazione della dilagante «dipendenza da Internet».
Se si prova a digitare su un qualsiasi motore di ricerca le parole «Internet Addiction» compaiono centinaia di siti che offrono informazioni, prestazioni professionali, possibilità di confronto tra utenti, punti di ascolto e nomi di librerie on-line specializzate.
La moderna filosofia della scienza afferma che «qualsiasi cosiddetta realtà è una costruzione di coloro che credono di averla scoperta e analizzata. In altre parole, ciò che viene ipoteticamente scoperto è un invenzione, il cui inventore è inconsapevole del proprio inventare e considera la realtà come qualcosa che esiste indipendentemente da sé: l’invenzione diventa quindi la base della propria visione del mondo e delle proprie azioni» (P. Watzlawick, 1981).
Detto questo, non fa poi molta differenza se questa «scoperta» sia stata semplicemente «inventata» per gioco o per davvero.
È infatti bastato, in questo caso, che qualcuno si sia riconosciuto nella diagnosi descrittiva proposta dallo psichiatra, che una serie di passaggi fossero messi in atto per creare una nuova realtà clinica. Questa è proprio la peculiarità, a livello di comunicazione di massa, dell’atto di proporre un’immagine diagnostica di un presunto problema. Una volta resa pubblica fornisce una visione estremamente statica del problema, ovvero una sorta di fotografia in cui vengono rappresentate tutte le caratteristiche essenziali del disturbo in cui lo «pseudopaziente» non può fare a meno di riconoscersi. In altri termini, una «diagnosi» fortemente pubblicizzata crea la realtà che essa stessa dovrebbe invece solo descrivere. Tutto ciò per effetto del ben noto fenomeno della «profezia che si autodetermina».
Prima di passare oltre, vorremmo accompagnare il lettore in un’ironica riflessione.
Qualcuno si è dichiarato estremamente confuso dal proliferare di criteri diagnostici riguardo alle patologie legate all’uso di Internet. Qualcun altro, pur essendosi riconosciuto in alcuni dei criteri sopraccitati, rifiuta l’etichetta di «malato».
I «Netaholics Anonymous» hanno proposto e divulgato su Internet una loro versione diagnostica del disturbo, sperando di portare un po’ di chiarezza... a chi la cercava.
I 10 segni comprovanti la dipendenza da Internet
10. Ti svegli alle 3 per andare in bagno e ti fermi a controllare la tua email sulla via del ritorno.
9. Ti fai un tatuaggio che dice: «lo potete vedere meglio con Netscape Navigator 1.1 o superiore».
8. Chiami i tuoi figli Eudora, Mozilla e Puntocom.
7. Spegni il tuo modem e provi un vuoto terribile... come se tu avessi tolto la spina a una persona amata.
6. Passi la metà del viaggio in aereo col portatile sulle gambe e tuo figlio nel compartimento sopra la tua testa.
5. Decidi di prolungare la tua carriera universitaria di uno o due anni giusto per avere l’accesso gratis a Internet.
4. Ridi delle persone che hanno un modem 2400 baud di velocità.
3. Cominci a usare gli emoticon nella tua posta normale.
2. L’ultimo amico che sei passato a prendere era formato JPEG.
1. Il tuo computer si rompe. Non riesci a connetterti da due ore. Cominci a innervosirti. Prendi il telefono e digiti manualmente il tuo numero di accesso ISP. Cominci a mormorare e produrre ronzii per comunicare col modem.
Secondo i Netaholics Anonymous non ci sono dubbi: se ti riconosci in questa classificazione sei malato.
A tutti sembrerà ovvio l’intento umoristico e decisamente sarcastico di questa «proposta» diagnostica. Ma, come sappiamo, in ogni scherzo si nasconde un fondo di verità e viene quindi da chiedersi: cosa sarebbe successo se fosse stata presentata da un illustre psichiatra anziché da un gruppo di «navigatori» burloni?
Nardone G., “Perversioni in rete”, Ponte alle Grazie