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Scrive
Danilo Cerreti:
"I giocatori in effetti sono quattro, ma uno funge da cuscinetto,
ovvero tiene la testa del primo giocatore che sta"sotto". Questo
si evince chiaramente anche dal quadro di Bruegel."
Scrive
Roberto Novelli:
«Beh lo stesso gioco lo praticavamo anche da
noi nelle Marche, fra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni ’70.
Ce lo avevano insegnato quelli un po’ più vecchi
di noi, che lo avevano appreso da quelli ancora un po’ più vecchi, e così
via fino alla notte dei tempi.
Lo chiamavamo, in dialetto, CRISCIA MUNTO’,
tradotto "cresci montone (montone inteso come mucchio)". E "Criscia
muntò!! muntò!! muntòòòòò!!" era la frase che bisognava ripetere
per tre volte appena saltati tutti i componenti della squadra, nella speranza
che gli avversari cedessero nel frattempo.
Ricordo le techiche particolari per saltar più
in alto possibile e ricadere con il sedere e gambe "a cuneo"
per fare più male possibile al malcapitato sotto...
Una delizia per le noste giovani schiene!!
Chissà se per le mie attuali ernie lombari e
cervicali devono ringraziare proprio questo "innocente" giochino...
Se vedessi fare le stesse cose da mio figlio
sarei piuttosto preoccupato!!
Per fortuna (o per sfortuna) oggi questi giochi
li fanno solo alla play-station...»
Scrive Alberto Tonelli di http://www.tonellinet.org
:
«L’ho giocato anch’io da ragazzo nei ’70 nei
dintorni di Firenze. Da noi si chiamava
MAMMA MAIALA»
Scrive Marco Petrella:
« Mi ricordo questo gioco. Qui da noi, in Abruzzo,
si chiamava "Zompacavallo".
Ci giocavamo in 20 o più persone e venivano
fuori certi mucchi... Anche qui era praticato da varie generazioni.»
Scrive Vito Morano:
«Ho 26 anni e le dirò che tutt’ora quando l’estate
torno nella mia città natale, Brindisi, nelle serate particolarmente "casinare",
con i miei amici capita spesso di giocare a "Mammaredda"! Praticamente
e’ lo stesso gioco, forse con qualche leggera sfumatura
diversa che immagino cambi da zona in zona.
Mammaredda nel mio dialetto significa letteralmente "piccola mamma",
ed è la figura che nel gioco sta di spalle al muro, in piedi, ad ammorbidire
i colpi che prende il primo giocatore della fila che sta sotto. E’
anche un’aggettivo dispregiativo che si dà a
chi è "figlio di mamma", cioè a chi è un po’ deboluccio ed infatti
quando nel gruppo si era di un numero dispari, a chi è "figlio di
mamma" toccava di fare la "mammaredda". Tra l’altro incuriosito
del fatto che questo gioco stia forse scomparendo, ho chiesto ai miei
coinquilini – ora ivo a Roma - se lo conoscevano ed ho avuto una risposta
positiva, anche se dalle loro parti (in Basilicata), il nome del gioco
e’ "Caval sciummenda" che vuol dire letteralmente "il cavallo
sulla sua cavalla", nome che - a quanto pare - gli è stato attribuito
perchè le posizioni del gioco un po’ richiamavano alcune posizioni dell’atto
sessuale, o comunque l’dea dell’uomo (il giocatore che sta sopra) che
domina la donna (il giocatore – o la squadra - che
sta sotto). Per finire credo che forse questo
gioco, come tanti, stia scomparendo perche’ si è persa la filosofia del
"cortile", cioè quella di giocare con gli amici nel cortile
del proprio abitato. Questo accade un po’ per il fatto che ormai ci sono
altri interessi, altri modi per passare il tempo, come telefonini, game
boy e computer, che forse anzichè aggregare, separano, isolano... Questa
è una cosa che ho sperimentato sulla mia pelle: ho giocato a Mammaredda
fino a 24 anni, età in cui ho acquistato il mio primo computer!!!»
Scrive
"albefazi":
"Ho 63 anni, vivo da trent’otto in provincia di Padova ma sono nato e
vissuto in Sicilia prima di venetizzarmi. Quel gioco era uno dei più praticati.
A Caltagirone aveva un nome strano: UNO MONTA LA LUNA. Si chiamava così
perchè la squadra che stava sopra doveva recitare una filastrocca, un
po’ come quella "giù giù" che iniziava così:
Uno, monta la luna
due, il bue
tre, la figlia del re....
e’ strano che fosse in italiano e non in dialetto siciliano... chissà
se qualche altro siciliano può dare una versione che spieghi questo fatto?"
Scrive Francesco Gravetti,
«Vorrei dare un mio modesto contributo alla discussione sul "Tre-tre
Giù-giù". Anche dalle mie parti (Striano, piccolo Comune della provincia
di Napoli ma situato nel cuore della Valle del Sarno) il gioco si chiama
"Uno monta la luna", in dialetto, però: "Un ’monta a’ luna"
(mi perdoni se non so scrivere il dialetto). Anche la filastrocca è tutta
in vernacolo. La cosa strana è che il mio paese si trova a 3 km da Sarno
ma "a mamma a zumpa’ ’ncuollo" (riportato da Andrea Angiolino)
non l’ho mai sentito. Colui che, però, si metteva seduto per fare da "cuscino"
agli altri che stavano a 90° era la "
piccola mamma" (a’ mammella).
Il cosiddetto "Uno monta la luna", dalle mie parti, altro non
è che la
"cavallina", cioè: uno si mette a 90° e gli altri lo scavalcano
con un
saltello dopo una rincorsa, gridando, al momento del salto, la strofa
della
filastrocca. Quello che corrisponde al suo "Tre tre - giù giù"
si chiama
"Trezzanova".
La mia generazione (ho trent’anni) spesso confonde i due giochi, ecco
perchè
i miei ricordi erano così vaghi. Me li hanno chiariti gli amici di mio
padre. Infine una curiosità: lei scrive che "oggi trovare dieci ragazzi
riuniti tutti insieme e che conoscano il gioco, è evento raro".
Concordo, ma aggiungo che appena qualche anno fa, diciamo fine anni ’90,
mi ritrovai a giocarvi nel cortile dell’Università, con amici della provincia
di Napoli e di Salerno.»
C’è poi un intervento di qualità: Andrea Angiolino, un ricercatore
che si occupa di "Giochi" (la sua bibliografia è consultabile su
http://tinyurl.com/cgq3v ) .
«A Roma il gioco è noto come «tre, tre, giù, giù» nella variante più infantile
in cui ciascuno dei saltatori deve saltare in modo da piazzarsi sulla
schiena di un diverso "cavallo", e come «crescimontone» in quella
più adulta e violenta in cui ci si può disporre in più "cavalieri"
sulla stessa schiena e si può saltare sopra di essa per minarne la stabilità.
Come è evidente anche delle risposte apparse nella tua lista, il gioco
è molto diffuso e prende diversi altri nomi: è "salta in groppa"
in Abruzzo e "a zippe ’u meste" a Bari, "pali marzi o pali
boni" a Venezia e "le tre colonne" a Sassari, "salta
la mula" a Pistoia e "salta molèta" in Veneto, "a
mamma a zumpa’ ’ncuollo" a Sarno e "a sotta ca nzippa"
a Ostuni, "sätabus caggia" (cioè cavalli marci) a Genova e "pes
u chiumm" a Taranto, "farèna" o "faèna" o "carghë’
la mula" o "saltamussa" in Romagna, "scaricabotto"
a Cannara (Umbria) e "cheval-fondu" in Francia.
Questo gioco era già noto ai bambini dell’antica Mesopotamia, che lo chiamavano
"Il gioco dell’asino al muro". Per i bambini dell’antica Grecia
si chiamava "il gioco dei cavalieri". Puntualizza il Roberti
in un suo bel libro Newton Compton su "I giochi a Roma", recentemente
ristampato in allegato a un quotidiano della capitale, che i bimbi dell’antica
Roma praticavano il violento "ecervus ingens" (che diventerà
"crescimontone"). Il nome francese di cheval-fondu è ricordato
anche da Rabelais che lo cita nel Gargantua e Pantagruel (1532); come
qualcuno dei tuoi lettori ha notato il gioco è rappresentato anche fra
i Giochi di bambini dipinti da Bruegel nel
1560.
Alleau, in un suo trattato sui giochi apparso qualche decennio fa nei
tascabili Longanesi, riferisce che poco dopo il Gargantua, nel 1556, l’ammiraglio
francese Gaspard de Coligny fosse stato disturbato durante una trattativa
con l’imperatore a Bruxelles perché gli accompagnatori delle parti si
erano messi a giocare "con tale impegno che il rumore della folla
ammassata finì per invadere il luogo della riunione"; parliamo probabilmente
della variante più rude (il già citato crescimontone), che il Roberti
ci narra essere stata proibita (varianti incluse) da una severissima ordinanza
del cardinale Francesco Nerbi in tutti i collegi dello Stato Pontificio."
Conclude Andrea Angiolino:
"Se qualcuno vuole scrivermi ad angiolino@gioco.net è il benvenuto. Io sto
ricercando giochi a tutto campo...
Ciao e grazie!"
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