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Rivoluzione francese: il grande Terrore e la morte di Robespierre

In totale, il “Grande Terrore” costò la vita a milletrecentosettantasei persone, mentre, dal marzo 1793 al 22 pratile, non ne eran state giustiziate a Parigi che milleduecentocinquantuno.

L’opinione pubblica ne fu fortemente scossa, anche per il modo come avvenivano le esecuzioni capitali: le carrette trasportavano lentamente i condannati attraverso il sobborgo Saint-Antoine; il supplizio era pubblico e la ghigliottina, mozzando il capo del condannato e facendone sprizzare il sangue, colpiva l’immaginazione. Ora, la vittoria della Rivoluzione sembrando ormai sicura, la paura della cospirazione aristocratica si andava attenuando, la volontà punitiva s’indeboliva, la febbre popolare cadeva. [Lefebvre G., “La rivoluzione francese”, Einaudi pag. 456]

Il Terrore, lasciando largo margine all’apprezzamento di coloro che lo esercitavano, dipese dal loro carattere e dalle circostanze. Gli odi personali, lo spirito di vendetta, che s’infiltrò sin da principio nella volontà punitiva, e soprattutto l’autoritarismo impulsivo di certi uomini aggravarono talora la severità o la riattizzarono dopo un periodo di sosta; mentre, per converso, la longanimità di altri, le amicizie, lo spirito politico la mitigarono e molti rappresentanti si limitarono a dare qualche esempio di rigore o si accontentarono di imprigionamenti. I commissari dei Comitati si comportarono anch’essi in svariate maniere: nel distretto di Saint-Pol, ad esempio, uno di loro fece arrestare centoquarantun persone, mentre i suoi colleghi ne arrestarono soltanto tre, due o una.

L’influsso delle circostanze appare ancora più evidente dall’analisi statistica delle condanne a morte compiuta dal Greer nel suo lavoro The Incidence of the Terror: il 71 per cento di esse vennero pronunziate nelle due zone di guerra civile, e precisamente il 19 per cento nel Sud-Est e il 52 nell’Ovest, contro il 15 per cento a Parigi. L’esame dei capi d’accusa concorda: in più del 72 per cento dei casi, si tratta di ribellione. Al contrario, in sei dipartimenti non si ebbe nessuna esecuzione capitale; in trentuno, meno di dieci; in quattordici, meno di venticinque.

La statistica del Greer si limita alle condanne capitali: essa ne annovera circa diciassettemila. Ma il numero delle vittime fu molto più elevato: senza parlare dei ribelli caduti in combattimento, bisogna tener conto infatti delle esecuzioni sommarie, avvenute sia per ordine (come a Nantes o a Tolone) sia per rifiuto di conceder salva la vita ai prigionieri sui campi di battaglia o nel corso dei rastrellamenti; inoltre, le condizioni di vita nelle prigioni vi causarono un’elevata mortalità. Un computo esatto essendo impossibile, il Greer propende per una cifra complessiva di trentacinque-quarantamila vittime. Convien ricordare che i beni dei condannati, degli emigrati e dei preti deportati erano confiscati, e quelli dei parenti di emigrati messi sotto sequestro sino al prelevamento della quota di successione dei fuggiaschi. Infine, non bisogna dimenticare i “sospetti”: il distretto di Saint-Pol ne incarcerò millequattrocentosessanta; e il loro numero totale, trecentomila, pur essendo puramente ipotetico, non appare per nulla inverosimile. Lo sgomento e il rancore dei contemporanei, e il ricordo incancellabile che trasmisero ai posteri, si spiegano perciò facilmente.

A dispetto degli elementi che lo estesero sconsideratamente o lo insozzarono, esso rimase sino al trionfo della Rivoluzione quel ch’era stato sin dal primo momento: una reazione punitiva indissolubilmente legata all’impulso difensivo contro la “cospirazione aristocratica”.  [Lefebvre G., “La rivoluzione francese”, Einaudi pag. 451]

La prossima volta un brano sulla morte di Robespierre.

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