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La sessualità nel passaggio da scimmia a uomo

Noi non teniamo la nostra sessualità nella giusta considerazione: si tratta di un’invenzione umana unica nel mondo dei viventi. Fu la femmina umana che, nel corso dell’evoluzione, escogitò tutto quanto. Prima che apparisse l’uomo, la storia naturale del sesso, fatta eccezione per un paio di bizzarre deviazioni, era nel complesso una storia deprimente.

Per cominciare, non c’è dubbio che l’idea della riproduzione sessuale sia stata un colpo magistrale. La vita aveva resistito a milioni di monotoni anni pre-Cambriani vedendo in posizione di preminenza esseri unicellulari sostanzialmente immortali che si riproducevano per divisione. In un certo senso questo andava bene, e forse era indispensabile che lo sviluppo sia di equipaggiamenti vitali universali come il codice del DNA e la stessa cellula, sia della capacità di sopravvivenza, procedessero lentamente. Eppure che cosa poteva essere più tedioso, meno stimolante, più prevedibile di due figlie frutto di divisione che non sarebbero potute essere differenti da voi, dal momento che erano voi?

Delle avventure sessuali degli animali, ben poche hanno mai avuto valore di intrattenimento; in gran parte si è trattato di spettacoli di second’ordine. Nei pesci lei lascerà andare le uova in qualche punto poco profondo e lui intorbiderà l’acqua con lo sperma, ed ecco tutto. E se continuiamo ad avere del salmone pescato per pranzo, vuol dire che la natura ha fatto il suo dovere. È la riproduzione, non il sesso, il criterio essenziale di successo o fallimento di una specie. Tirare su i bambini è l’industria primaria di ogni specie, se quest’industria fa fiasco la specie si estingue.

Nessuna nuova idea sessuale ebbe ad emergere fino a forse 200 milioni di anni fa, epoca in cui eravamo rettili. Il maschio contribuì con il pene. Per quel che ne so, tale contributo è stato l’ultimo che quell’essere privo di fantasia che è il maschio abbia mai fornito. Negli uccelli, quando viene il grande momento lei si appiattisce, lui la monta, strofinano assieme le rispettive cloache per un poco e fine dello spettacolo.

Dal momento che la prole doveva essere concepita entro il corpo materno, che il maschio del mammifero abbia mantenuto il pene del rettile probabilmente è più una questione di necessità anatomica che di conservazione delle caratteristiche del rettile. In materia di contributi brillanti al sesso, il mammifero maschio potrebbe starsene ancora nel tardo Permiano. Se osservate lucertole e leoni mentre copulano, vi "renderete conto di come, in 200 milioni di anni, il maschio non abbia avuto una sola idea nuova. Lui le sì avvicina ancora da dietro, magari le stringe il collo con i denti, e in un momento la cosa è fatta.

La leonessa è dotata di una raffinata insaziabilità. Durante i parecchi giorni in cui è in calore si renderà disponibile
all’incirca ogni venti minuti. L’insaziabilità sessuale costituì il primo vero passo avanti nella storia naturale del sesso dopo l’invenzione del pene, e non andata del tutto perduta nel corso della nostra evoluzione.

Comunque l’insaziabilità, quale che fosse il suo valore, non riuscì a trasformare il mondo animale in un’interminabile orgia. Bisognava pur sempre fare i conti con le limitazioni dovute alla fregola o alla stagione o al periodo di calore. Le femmine di alcuni roditori, con la loro breve gestazione e con dei piccoli che raggiungevano rapidamente la maturità, potevano entrare in calore otto o dieci volte l’anno. All’estremo opposto stava l’elefante: un intervallo di quattro anni e mezzo fra i periodi di calore offre minime occasioni di orge.

In quelle poche specie che rappresentano un’eccezione - ad esempio il leone o l’antilope equatoriale, o il cobo dell’Uganda - la femmina entra in calore non appena ha cessato l’allattamento e ultimati i suoi compiti di madre. Per tali specie v’è qualche prospettiva più o meno per tutto l’anno. Ma per quasi tutte le altre - la foca e il tricheco, la donnola e il lupo, il timido capriolo e il turbolento rinoceronte - il sesso non consiste che in una breve
dedizione stagionale all’emettere muggiti e rizzare il pelo. Per il resto dell’anno nemmeno vi passa per la mente.

La prima invenzione - dovuta alla femmina, proprio come ci si aspetterebbe - fu una cosa chiamata estro.
Iniziamo con l’esaminare il più primitivo tra le scimmie: il lemure. Il lemure madre era privo di problemi, cosi com’era privo d’intelligenza. Programmato a puntino con una serie di istinti, il piccolo - nato con un riflesso d’aggrappamento - se ne stava saldamente attaccato al ventre della madre. Per circa tre mesi essa non doveva sopportare nemmeno l’esperienza materna di un mal di stomaco e balzava da un albero all’altro esattamente come un maschio privo di qualsiasi ingombro. Poi, per alcuni brevi mesi, il piccolo la bloccava con il suo bisogno di cure materne: ma in capo più o meno a sei mesi lui diventava indipendente, e dì conseguenza tornava ad esserlo pure lei. La parità sessuale nei gruppi di lemuri era considerevole, e v’erano identiche probabilità che il leader fosse un maschio oppure una femmina - cosa che non sarebbe mai più accaduta nella storia dei primati.
Era il cervello il vero problema - o la fortuna, a seconda di come si voglia vedere la cosa. Il piccolo lemure aveva così poco da imparare che la madre aveva ben poco da offrirgli; gli istinti funzionavano a dovere, la prole se ne stava per conto proprio e lei pure.
Con l’avvento della scimmia si assistette non soltanto all’aumento dimensionale dei cervello, ma anche ad una sempre minore dipendenza dall’istinto, ad una crescente dipendenza dalle lezioni dell’esperienza, ad una maturazione dei piccoli assai più lenta che consentiva loro di apprendere i trucchi della vita scimmiesca; e di conseguenza all’immobilizzazione della scimmia madre, costretta a sobbarcarsi tale responsabilità, e alla dipendenza dell’intera società dalla vulnerabile madre e dalla sua prole sventata, oltre che a un deplorevole intensificarsi della dominanza maschile in una società senza la quale né madre né piccoli erano in grado di sopravvivere.

Le scimmie madri dovettero accontentarsi di essere madri. Quale che fosse la sua nostalgia per la vita egualitaria ed emancipata del lemure, la femmina fu costretta ad accettare un ruolo. simile a quello di un carceriere, prigioniera, proprio come quella gran fonte di seccature che era la prole, della lenta crescita del cervello del figlio.

Nei casi in cui il maschio è rimasto all’interno della società di primati, il suo contributo all’allevamento dei piccoli, prestato con poca fatica, è stato soprattutto di tipo ’’educativo’’: i giovani apprendono pian piano le abitudini della vita adulta attraverso l’imitazione. Peraltro l’esempio del maschio non è stato molto edificante, visto che di norma le sue preferenze sono andate alla compagnia di altri maschi; tutti gran frequentatori di bar, essi hanno ignorato la femmina, ignorato la prole, e fatto i loro comodi.

Ed ecco che strada facendo, ad un certo punto, essa inventò l’estro del primate. Per quanto mai e poi mai sosterrei che la noia facesse parte della formula evolutiva, quel che è certo è che l’estro fece un bel po’ per rallegrare la vita della scimmia, e per attirare sulla femmina un livello d’attenzione di cui nessun primate aveva in precedenza mai potuto godere.
L’estro - in tutte le scimmie, antropomorfe e no - è quel periodo di recettività sessuale della femmina che non capita un’unica volta nel giro di un interminabile anno, ma ben ogni mese lunare. Nulla di simile era mai successo prima nella linea dei primati.
L’estro rappresentò dal punto di vista sessuale un vero e proprio boom. Giusto per rendere le cose più interessanti, la femmina del primate vi associò l’insaziabilità; e nella maggioranza delle specie una ben calibrata promiscuità. Una sola femmina, durante un periodo d’estro della durata di magari cinque giorni, era in grado di provvedere allo spasso di tutti e di assicurassi allo stesso tempo il massimo dell’attenzione maschile.

Rimaneva però la limitazione. In un modo o nell’altro la selezione naturale, posto che alcuni maschi possedevano un potenziale genetico significativamente superiore, aveva sempre consentito solo ai più qualificati di trasmettere i loro geni alla generazione successiva. Grazie all’espediente del territorio, alla competizione maschile per aree esclusive di proprietà privata corrispondeva la non recettività sessuale femminile nei confronti di tutti quelli che non fossero del territorio.
Grazie all’espediente della dominanza nelle specie organizzate in gruppi sociali, soltanto quei maschi che raggiungevano i ranghi più alti della gerarchia sociale i avevano diritto al sesso. Grazie all’espediente della castrazione psicologica, i maschi che non riuscivano a raggiungere il privilegio del territorio o dello status perdevano la motivazione sessuale e diventavano in tal modo, per usare l’espressione dell’ornitologo, inutilizzati.

E’ cosi che vanno le cose fin dall’età più tenera, e lo stabilirsi di gerarchie di dominanza è estremamente utile alla specie: vuol dire che in seguito ci saranno pochissime lotte. Lo scimpanzé maschio è aggressivo come ogni altro primate di nostra conoscenza in materia di status; ma succede anche che esso, forse perché è più - intelligente, non accetti necessariamente le decisioni dei predominanti e sia in grado di ribellarsi in ogni periodo della sua vita adulta. Analogamente è capace di terrorizzare la femmina di status inferiore al suo (subordinata) ogniqualvolta si senta in vena
di farlo.

Dai tempi del compianto lemure, non v’era più stata alcuna specie di primati in cui i maschi non godessero di una posizione di preminenza rispetto alle femmine, situazione paragonabile a quella degli adulti nei confronti della prole.

In un tale carosello di piaceri, sembra che non possa esistere alcuna costante diversa dal puro e semplice caso a guidare l’unione di spermatozoo ed ovulo. Come mai le tendenze edonistiche delle scimmie, antropomorfe e no, non sono state compensate con l’estinzione?

Nella scimmia rhesus compare una rigorosa gerarchia di dominanza, che va da un singolo maschio, individuabile per la sua coda sollevata, giù giù fino al meno importante, l’omega.
La femmina, quando entra nel periodo di estro, si mostra, disponibile con tutti - ma l’alfa la ignora. Così lei, man mano che la sua eccitazione sessuale si intensifica, sale la scala sociale. La sua desiderabilità toglie di mezzo quegli adolescenti appassionati che già se la sono spassata, a favore della borghesia rhesus alla quale tocca ora di divertirsi. Non v’è snobismo femminile che tenga di fronte al rhesus della classe media, ma viene il momento in cui essa stringe una relazione coniugale con il Numero 1 o il Numero 2, insomma con quanto di meglio si possa permettere. Soltanto allora il suo ovulo discende dall’ovaia, per essere fertilizzato da un maschio alfa. Una combinazione davvero sconcertante di direttive fisiologiche è stata associata a una direttiva comportamentale per conservare la selezione naturale. Si può avere la botte piena e la moglie ubriaca: la femmina del primate l’ha dimostrato.

E’ questa l’eredità che la femmina del primate inserì nella nostra eredità animale: l’idea che il sesso è uno spasso. Ed è questo che la femmina umana, molto tempo fa, elaborò ulteriormente fino a superare di gran lunga le più accese fantasie dello scimpanzé.

Quando uscimmo dalle foreste una volta per tutte e ci toccò di scoprire la nuova roccaforte della cooperazione per sostituire la vecchia roccaforte degli alberi, quella che nelle scimmie, antropomorfe e no, non era stata che una preferenza sociale, divenne per il nuovo essere un imperativo sociale.

La sessualità del primate non era la causa ma la conseguenza della sua vita sociale. Alla base di questo tipo di vita stava l’inconveniente della lentezza d’accrescimento della prole, dei lunghi anni d’apprendimento e dell’immobilità e vulnerabilità delle madri. In mancanza del gruppo, ben pochi piccoli sarebbero vissuti fino alla maturità. Poiché tuttavia il cibo essenziale non veniva spartito, attività di difesa concertate erano rare, e l’arrampicata sull’albero restava la reazione normale in casi di emergenza, non si può proprio dire che la vita sociale costituisse un quotidiano " o-fai-questo-o-muori ".
Tutto cambiò una volta che la terra sotto i nostri piedi divenne la nostra sola e unica casa - così come tutto cambiò quando la nostra frutta quotidiana diventò la nostra carne quotidiana ed il nostro cibo quotidiano rimase sempre quello per parecchi milioni di anni a venire. Conservammo tutti gli inconvenienti scimmieschi della prole che cresce lentamente e della madre vulnerabile. Però ci facemmo carico di nuovi rischi: il pericolo dei predatori, dei quali potevamo tranquillamente infischiarci ai tempi della nostra sicurezza arborea; i cambi di stagione e l’impossibilità di prevedere il tempo di anno in anno, cosa che nell’eterna foresta non importava affatto; il modificarsi delle abitudini della selvaggina a seconda della munificenza delle stagioni; e soprattutto la spartizione del cibo, che significava per la madre dipendere giorno per giorno dalla competenza maschile.

La madre, la sua prole e la generazione successiva dipendevano pressoché completamente dalla perizia dei maschi adulti della società; quando i maschi facevano fiasco a più riprese nella caccia, la piccola combriccola moriva per cause del tutto naturali.

Non era la società dell’elefante, in cui il maschio ha un’unica funzione: saltar fuori nel momento sessualmente giusto, compiere il suo dovere spermatico e sparire; la femmina penserà lei a tutto. Né si trattava della società del primate in evoluzione nella quale il maschio era necessario - se non per ragioni di protezione, almeno in veste di educatore - per stimolare i piccoli con il suo esempio. Presso gli ominidi mangiatori di carne il maschio era completamente indispensabile, o nel giro di pochissimi giorni sarebbero tutti morti causa dieta di spinaci.

Indubbiamente le madri e i piccoli si davano d’attorno per raccogliere tutto quel che il mondo vegetale poteva offrire.
Mentre il gruppo di cacciatori era quell’insieme di maschi adulti che uscivano in scorrerie quotidiane per procacciarsi della carne.

Con il fatto che doveva affrontare prede pericolose il gruppo di cacciatori rappresentò, dal punto di vista della selezione naturale, il nostro primo banco di prova nella savana. Saremmo o non saremmo stati in grado di cooperare?
La dominanza, una rivoluzionaria necessità sociale perfino nella spensierata vita della foresta, diventò un’istituzione
indispensabile alla sopravvivenza quotidiana nelle esistenze di cacciatori che cooperavano. In qualsiasi gruppo di otto o dieci, il caso avrebbe fatto sì che ve ne fosse almeno uno dotato di capacità superiori. Il valore di sopravvivenza dell’organizzazione sociale si basa sul vantaggio che un individuo superiore conferisce anche all’ultimo membro del gruppo.

Quel che capitava ora era invece una separazione funzionale dei maschi. Si rendeva quotidianamente necessario che i maschi adulti se ne stessero per conto proprio, favorendo così il formarsi di vincoli di lealtà reciproca e di rischio collettivo. La femmina adulta, a causa della prole, non poteva raggiungerli. Essa non aveva altra scelta che quella di rimanersene in un’area circoscritta (una rudimentale casa) dalla quale potersi allontanare insieme alla prole per qualche scorribanda - intrappolare un coniglio, impossessarsi di una tartaruga, acchiappare degli insetti buoni da mangiare, scavare le rare radici commestibili o far raccolta di bacche di stagione e frutta secca. Il di lei raggio d’azione non
poteva superare i limiti posti dalle esigenze del figlio più piccolo.

L’abisso psicologico che esiste fra l’irriducibile egoismo del primate maschio primitivo e la responsabilità dei maschi del nostro ramo evolutivo, è questo. Costoro non cacciavano per la gratificazione immediata, ma per nutrire le proprie femmine e i propri piccoli.

Io accetto il punto di vista di parecchi biologi che l’invenzione femminile della recettività sessuale non stagionale, sia venuta come risposta biologica al problema della società bipolare composta di maschi autonomi e cacciatori e femmine non indipendenti, legate a figli che raggiungono molto lentamente la maturità. Di qui una rivoluzione sessuale fisiologica che, così come tante altre nella nostra storia, non aveva precedenti.
E una rivoluzione lo fu davvero. La recettività sessuale non stagionale da parte della femmina umana rappresentava probabilmente la più stupefacente innovazione d’ogni tempo dopo l’introduzione biologica del sesso stesso, un mezzo bilione di anni fa o prima ancora. Ed era tutto merito della femmina.

Determinati gruppi sopravvissero e ci lasciarono il loro seme, non soltanto fossili dimenticati. Può darsi che, col tempo, il maschio avesse fatto l’abitudine alle proprie responsabilità economiche; ma, malgrado ciò sia difficile da provare, credo che fosse proprio l’esca dell’attrazione sessuale femminile non stagionale a mantenere il maschio spensierato d’un tempo sulla retta via.


La monogamia però, seppur possibile, è ben rara nei primati e nei predatori sociali, presso i quali la promiscuità sembra una regola più generale. Nondimeno anche la poligamia ha i suoi seguaci, basti pensare all’harem permanente dominato da un singolo maschio che si può trovare presso la scimmia rossa, il babbuino amadriade e il gelada, oppure nel branco di leoni dominato da uno o più maschi. V’è nel mondo animale un assortimento di abitudini d’accoppiamento vasto almeno quanto quello delle consuetudini matrimoniali nel mondo umano. Robin Fox ha cinicamente osservato che il concentrarsi dell’attenzione dell’antropologia sulle svariate consuetudini matrimoniali trascura quel tipo di comportamento che tutti i popoli hanno in comune: l’adulterio.

Dobbiamo tener presente la fortissima improbabilità che, fino a tempi piuttosto recenti, sia esistita associazione alcuna tra atto sessuale e concepimento dei bambini. Vi sono popolazioni primitive contemporanee, come i Trobrianders e certi aborigeni australiani, ai quali l’idea non è mai venuta. Va anche notato come fra i souvenirs dell’uomo di Cro-Magnon - noi stessi - abbondino le rappresentazioni della fertilità femminile, mentre sono rari i simboli fallici.

In più la copula frontale individualizzava e intensificava la relazione sessuale.

Io personalmente non ho alcuna risposta al problema delle origini della monogamia. Un argomento in favore di quest’ultima è il deciso incoraggiamento dato dalla copula frontale all’attaccamento individuale.

Almeno sapevi con chi lo stavi facendo; e se il rapporto era piacevole giorno o l’altro lo si sarebbe chiamato amore. Una conseguenza è praticamente lo spostarsi della zona focale dal didietro al davanti, quali siano state le sue conseguenze sul partner maschile portò con sé delle notevoli riorganizzazioni anatomiche.

La possibile spiegazione dell’ingrossarsi del petto femminile è il suo carattere di stimolo scatenante sessuale. Eran finiti i giorni del turgido deretano rosa o dell’usanza di scoprire a che punto è la femmina assaggiandone l’urina, come fa la giraffa maschio; ed erano pure finiti i giorni in cui le mammelle femminili non avevano neanche il più piccolo valore di richiamo sessuale. Gli approcci sessuali frontali richiedevano allettamenti frontali, così i seni si ingrandirono, e l’aureola assunse una pigmentazione esagerata.

Ma il seno non fu l’unica riorganizzazione delle attrezzature sessuali a cui condussero i negoziati frontali. La bocca e gli occhi assunsero un nuovo significato. La scoperta era semplicemente questa: le pupille dei nostri occhi - i vostri o i miei - si dilatano e si contraggono non soltanto a seconda del livello di illuminazione, ma anche in diretto rapporto con il nostro interesse per l’oggetto o il soggetto che ci sta davanti. Un meccanismo involontario, determina l’espansione o la contrazione della pupilla oculare, e rivela sulla reazione umana, delle verità che le razionalizzazioni mentali non sono in grado dì controbattere.

Le pupille di una donna si dilatano quando essa s’imbatte nella fotografia di un bambino piccolo, quelle del maschio assolutamente no. Si scoprì che, in una serie di fotografie di svariati soggetti, quella di una donna nuda non desta alcuna risposta nella pupilla della femmina, mentre scatena una risposta notevole nella pupilla del maschio; com’è abbastanza prevedibile. L’inverso accade per la fotografia di un maschio nudo.

Quando una donna incontra un uomo che la interessa dal punto di vista sessuale, le pupille dei suoi occhi si dilatano. (Si tratta di uno stimolo scatenante sessuale tipicamente lorenziano.) E lui - quante volte in letteratura abbiamo messo nero su bianco l’idea generale, -"’C’era qualcosa negli occhi di lei " - risponde al suo segnale con la dilatazione delle proprie pupille.

E’ tutto naturale. La femmina dà il suo involontario segnale. Il maschio, guardandola negli occhi, dice a se stesso- per ragioni che ignora completamente - che questa donna è disponibile, e mette in atto i normali comportamenti maschili.

L’ostentazione sessuale della femmina umana - le cui attrattive sessuali frontali venivano in tal modo esibite apertamente - veniva favorita dall’evoluzione: niente pelame a nasconderne il petto, niente barba a mascherarne la bocca seducente, niente peli sul davanti del capo a celarne, come nel cane da pastore, gli occhi.


La più recente, ma non direi l’ultima delle invenzioni della femmina, fu l’orgasmo femminile. La variabilità individuale di tale capacità è talmente elevata che non si può fare a meno di sospettare che si tratti di un retaggio evolutivo alquanto recente. La capacità orgasmica del maschio, che ha duecento milioni di anni, è automatica. Quella della femmina presenta oscillazioni così considerevoli che sì è costretti a pensare che sia abbastanza nuova in termini evolutivi, e di conseguenza soggetta a inibizioni culturali.

L’orgasmo femminile, rafforzando il desiderio dì lei, diventava un’ulteriore garanzia che il maschio sarebbe tornato dalla caccia. Poteva darsi che il maschio fosse stanco, il desiderio della femmina l’avrebbe ringalluzzito. L’orgasmo maschile, che col tempo s’è sempre più perfezionato, è un riflesso; quello femminile invece richiede un certo controllo, una concentrazione da parte del sistema nervoso centrale. Dubito alquanto che il piacere femminile abbia preceduto di molto lo sviluppo del grande cervello umano.

L’orgasmo femminile fu l’ultima - almeno fino ad ora - della lunga serie di invenzioni femminili che contribuirono all’unicità sessuale umana, aumentando al tempo stesso - in perfetto accordo con la dottrina darwinina - le probabilità di sopravvivenza della prole.

La vera storia della nostra avventura col sesso non può non darci da pensare. Ogni svolta è stata dettata da un crescente bisogno di solidarietà sociale, e di legame fra padri e figli.

Accada quel che accada, è certo che la femmina, almeno in passato, ha eroicamente fatto del suo meglio per mantenere in vita un nuovo tipo di essere in un nuovo tipo di mondo.

(tratto da ’’L’ipotesi del cacciatore’’ di R. Ardrey)

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