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Lo sgabello rubato degli Ashanti del Ghana

Oggi parliamo di una piccola guerra coloniale del secolo scorso.
All’interno della Costa d’Oro, nell’Africa occidentale, si trovava il regno negro degli Ashanti, ora facente parte del Ghana. Nel secolo XVIII un certo mago aveva annunciato che Dio gli aveva dato il potere di fare dell’Ashanti una nazione grande e forte. Al cospetto del re e di una grande folla egli fece scendere dal cielo una nuvola nera che produsse il rombo del tuono, mentre uno sgabello in parte rivestito d’oro scendeva lentamente dall’aria e si posò sulle ginocchia del re. Al popolo fu detto che la sua potenza, la sua ricchezza e il suo onore erano legati a quello sgabello.
Una volta all’anno, lo sgabello veniva portato in giro in una solenne processione sotto un apposito ombrello, seguito da un corteo più numeroso del seguito del re.
Il regno degli Ashanti prosperò. Sconfisse le tribù vicine. Una di esse aveva avuto l’ardire di fabbricarsi una copia dello sgabello. Gli Ashanti aggiunsero al proprio sgabello l’oro che copriva quello conquistato. Infine la loro sovranità si estese fino alla costa, dove alla fine del secolo XIX gli Inglesi avevano già costruito dei forti. Scoppiarono dei conflitti. Nel 1873 gli Inglesi bruciarono la capitale negra, Kumasi, e stipularono un trattato col re. Un successivo e più prode sovrano respinse il protettorato inglese e rifiutò di far cessare le incursioni lungo la costa. Nel 1896 Kumasi fu nuovamente occupata, il re fu messo al bando e il regno divenne un protettorato inglese.
Lo sgabello sparì. Gli Inglesi, che lo consideravano come un simbolo della sovranità, per anni fecero di tutto per ritrovano. Nel 1899 un giovane indigeno, tradendo la sua tribù, propose agli Inglesi di condurli nel luogo dove si trovava. Lo accompagnarono un capitano e un distaccamento di soldati. Il giovane fu fatto vestire da soldato britannico perché i bianchi temevano delle rappresaglie. Lungo la strada perse il coraggio, fuggi e andò a raccontare la storia a un capo locale. Il capitano inglese cercò di convincere quel capo che la sua guida era pazza. Usando sia le minacce sia la persuasione, gli Inglesi indussero il traditore a guidarli per altre venticinque miglia. Alla fine, egli si rifiutò energicamente di andare oltre. Gli Inglesi furono costretti a tornare indietro a mani vuote.
Qualche mese dopo il governatore inglese, Sir Frederick Hodgson, convocò il capo e il popolo per un grande raduno a Kumasi. Già si erano sparse voci sul tentato tradimento e per una sollevazione bastava una scintilla. Hodgson provocò la scintilla.
Le parole del suo discorso ci dànno la viva immagine di un pretenzioso colonnello Blimp che arringa i negri. "Dove è lo sgabello d’oro? - chiese Sir Frederick. - Perché non sono seduto sullo sgabello d’oro in questo momento? Io sono il rappresentante del supremo potere; perché mi avete dato questa sedia? Perché non approfittate di questa occasione, della mia venuta, per portarmi lo sgabello d’oro e per darmelo, onde potermici sedere sopra?" Nella sua ottusità da burocrate, l’inglese ignorava il fatto, che nessun re si era mai seduto sullo sgabello.
Lo stesso capitano e lo stesso giovane africano furono nuovamente mandati in cerca dello sgabello. Non riuscirono a trovarlo; sulla via del ritorno caddero in una imboscata e furono massacrati. Kumasi fu assediata. Gli Inglesi mandarono rinforzi. Tre mesi dopo il governatore, le donne e ventinove altri europei furono fatti uscire dalla città degli Ashanti, lasciando in essa tre ufficiali e cento soldati Hausa con viveri per una sola settimana. Il presidio fu salvato un mese dopo, quando stava quasi per
morir di fame. I combattimenti continuarono per altri cinque mesi. Gli Inglesi perdettero circa mille uomini. Non si conoscono le perdite degli Ashanti.
Fu un alto prezzo pagato per un errore.
Il regno degli Ashanti fu annesso all’impero coloniale inglese. Dello sgabello non si parlò più. Venti anni dopo nel villaggio dove era nascosto lo sgabello scoppiò una lite. Un ufficiale britannico fece una ispezione. Ancora una volta, lo sgabello venne rapito.
Nel 1920 fu iniziata la costruzione di una strada che doveva unire quel villaggio a un altro vicino. Il sovrintendente ai lavori d’un tratto decise di cambiare la direzione della strada. Il capo della squadra di operai, un certo Danso, fu preso da una grande agitazione; a lui era stato affidato lo sgabello, e ora egli non si ricordava bene dove l’aveva sepolto.
Ed ecco: uno degli operai piantò il piccone nella cassetta che lo conteneva. Il capo degli operai distolse l’attenzione dei suoi uomini, raccontando loro che la cassetta conteneva un feticcio contro il vaiolo.
Quella notte Danso nascose lo sgabello, chiuso dentro una cassetta di latta, in casa di un amico. Uno di coloro che avevano in precedenza tenuto lo sgabello, la cui moralità non era migliorata per il fatto di essersi convertito al cristianesimo, convinse Danso di depredare lo sgabello del suo oro e di spartirsi il bottino.
I capi scoprirono il furto. Il popolo si agitò. La tensione crebbe e i bianchi cominciarono a temere una nuova sollevazione. I colpevoli furono messi in prigione, per impedire che gli Ashanti li facessero a pezzi. I capi decretarono la pena di morte. Alla fine gli Inglesi riuscirono a ottenere una condanna più mite, cioè l’esilio.
Prima di ciò, ebbe luogo una cerimonia: due campanelle d’oro, appartenenti allo sgabello, furono portate in giro sotto un ombrello cerimoniale e si obbligarono le persone sospette a toccarli e a giurare di non possedere nulla dell’oro rubato. Fu detto loro, che se avessero mentito il feticcio le avrebbe fatte morire.
Tutta la faccenda si risolse senza spargimento di sangue, perché un esperto antropologo, assunto come consulente in quell’area, aveva svolto delle ricerche intorno al caso dello sgabello. Egli scopri che ogni indigeno crede che un comune sgabello di legno sia il ricettacolo della sua anima. Gli Ashanti mettono a tali sgabelli perfino delle catene in miniatura, al fine di vincolarvi l’anima. Analogamente, il famoso sgabello d’oro racchiudeva l’anima collettiva della nazione Ashanti, e questi erano pronti a combattere fino alla morte per conservarla. L’antropologo - si trattava di Rattray - spiegò la situazione alle autorità inglesi e convinse anche gli indigeni che gli Inglesi non sarebbero più intervenuti nella faccenda dello sgabello. Così non vi sarebbe più stato bisogno di nascondere il loro amato simbolo.
Quando la principessa Mary si sposò, le regine degli Ashanti le mandarono una riproduzione in argento dello sgabello usato dalla propria regina madre, dicendo: "Non contiene la nostra anima ma contiene tutto l’affetto di noi regine madri e delle nostre donne".
Questo episodio rappresenta forse la primissima illustrazione di una antropologia applicata. Esso dimostra che le conoscenze di uno specialista possono venire usate per prevenire incomprensioni e conflitti sociali.
Chiudo con una segnalazione. C’è un sito interessante sull’Africa, è: (www.africansocieties.org ). Intende essere uno spazio di osservazione e di approfondimento (libero, aperto e informale) sui modi distorti in cui viene percepita e rappresentate l’Africa (il catastrofismo, l’esotismo, ecc.) e per capire in che modo si può fornire una immagine più completa e realistica della vita di questo continente. Il curatore del sito è Daniele dmezz@hotmail.com il sito, lo ripeto, è http://immagineafrica.blog.tiscali.it

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