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Solaroli, l’ispiratore di Yanez

Oggi presentiamo un personaggio "positivo" anche se poco conosciuto, del Risorgimento: Paolo Solaroli. Fu un italiano con una vita a dir poco avventurosa, non è da escludere che il romanziere Emilio Salgari si sia ispirato a lui nel creare il personaggio dell’avventuriero Yanez de Gomera, protagonista con il pirata malese Sandokan del ciclo di romanzi ambientati nel Borneo e nella giungla indiana.
Paolo Solaroli nasce a Novara nel 1796; diviene sarto militare; entra quindi nell’esercito, venendo presto implicato nei moti costituzionali del 1821.
Costretto alla fuga, combattente di Spagna fino al 1823, istruttore delle truppe egiziane di Mehemed Alì nel 1824-1825, si arruola nell’esercito della Compagnia delle Indie e combatte la campagna di Birmania del 1826 dove, ferito più volte, viene promosso capitano; messosi in mostra per aver salvato la vita al generale sir Robert Brown, nel 1829 questi lo segnala alla sovrana di uno statarello indiano ancora indipendente, la Begum Sombre di Sirdhanah. Entrato al suo servizio e raggiunto il grado di colonnello, Paolo Solaroli ne sposa la pronipote Giorgiana Dyce - la Begum era imparentata con gli inglesi - partecipando nei ranghi della Compagnia delle Indie alle campagne contro l’Afghanistan dal 1836 al 1843; sale infine sul trono di Sirdhanah, per poi rinunciare ai diritti di sovrano in cambio di una somma enorme. Rientrato in patria nel 1843 da ricco quarantasettenne felicemente sposato, offre un generoso dono alla patria; viene quindi nominato da Carlo Alberto colonnello onorario del genio il 23 aprile 1844 e poi, il successivo 21 dicembre, barone. Medaglia d’oro al valor militare per il suo comportamento nella campagna del 1848, viene promosso maggior generale e comanda una brigata nell’infausto 1849. Aiutante di campo onorario del nuovo re Vittorio Emanuele Il, deputato al parlamento subalpino dalla IV alla VII legislatura, a lui il biografo più informato, il De Vecchi, attribuisce il merito dell’istituzione della Legione anglo-italiana nella guerra di Crimea.

Per la campagna di Lombardia del 1859, cioè per la Seconda guerra d’Indipendenza, il Diario del generale Solaroli costituisce un importante punto di vista, interno all’esercito sardo. Finalmente un generale che "osserva" i soldati, che sa valutarne il morale e le condizioni materiali.
Il diario richiama la nostra attenzione sul fatto che gli undici giorni intercorrenti tra la partenza da Milano e la battaglia del 24 giugno 1859 avevano messo a dura prova la resistenza fisica dei reparti sardi. La prima tappa, che li avrebbe portati da Milano a Palazzolo sull’Oglio, implicava l’attraversamento dell’Adda e del Serio, fiumi che la pioggia battente non rendeva più guadabili. Dato che il genio pontieri non aveva predisposto per tempo gli indispensabili ponti di barche, da quel momento un certo disordine avrebbe connotato i reparti in movimento. Così, "si dovette andare chi su chi giù" alla ricerca di un possibile guado e, pur avendo iniziato i loro movimenti molto prima dell’alba, "vi furono delle divisioni che non arrivarono al loro posto che a mezzanotte", cioè dopo una ventina di ore di marcia. Anche la tappa successiva da Palazzolo a Castegnato, pur essendo inferiore ai venti chilometri, ebbe caratteristiche analoghe. Durante la marcia le divisioni sarde persero per via circa 700 uomini, l’una, distrutti dalla stanchezza e impacciati da zaini troppo pesanti; solo verso la mezzanotte del 14 giugno la tappa poté essere raggiunta.
Il generale Solaroli ha scritto che faceva "compassione il vedere tanta bella gioventù sfinita e demoralizzata dalla fatica"; per altro, era una fortuna che in quelle condizioni non si fosse combattuto, perché se i soldati piemontesi "fossero stati assaliti in marcia si sarebbero lasciati prendere come montoni". Dato che al re i generali cortigiani preferivano non dir nulla, il generale Solaroli fece in modo che il sovrano si rendesse personalmente conto delle condizioni di abbrutimento dei soldati. L’occasione si presentò il 15 giugno alle 7 del mattino quando Vittorio Emanuele Il, seguito dagli aiutanti di campo e dagli ufficiali d’ordinanza, montò a cavallo per fare a ritroso il cammino ed ispezionare le posizioni. Per strada, il corteo reale incrociò migliaia di soldati dall’aria sbandata, in cammino per raggiungere i reggimenti già accantonati: il re, sbalordito, non sapeva darsene ragione. Allora, il generale Solaroli gli disse che si trattava dei soldati "rimasti addietro nelle ultime due marce e che erano assolutamente necessari due o tre giorni di riposo"; poi ebbe inizio un dialogo, a tratti surreale:
"Il Re disse: "Ma se tutti i Generali mi assicurano che sono bene tranne che un poco stanchi;"
Io risposi: "Vostra Maestà li vede; ieri ne mancavano da 600 a 700 per Divisione."
Il Re continuò: "Si, li vedo, sono faticati, ci fermeremo per lasciarli riposare; ma da che avviene che sono quasi tutti zoppi?"
Io ripigliai: la fatica, il gran caldo, ed il peso che hanno sulle spalle - ed il Re:
"Dice bene, d’or innanzi darò ordine che marcino tutti in giacchetta di tela ed il cappotto arrotolato."
Continuando la via domandò a vari [soldati] perché zoppicavano, e tutti rispondevano che erano le ghette di pelle che loro tagliavano il collo del piede; - domandò il perché di ciò; - gli fu risposto che la pelle o il cuoio bagnata dall’acqua, asciugandosi per il gran sole, si raggrinzava e diventava dura come legno. - Io osservai che fu per tal difetto che i Francesi avevano adottato le uose [scarpe] di tela e abbandonato quelle di cuoio; - ed il Re soggiunse: "Ma perché La Marmora, che sa tutto, non sa questo?".

(generale Paolo Solaroli, Diarii delle campagne, p. 301, citato da Martucci Roberto "L’invenzione dell’Italia unita", Sansoni, pag. 82)

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