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Lo specchio sociale: i primitivi e le fotografie

Poiché non disponevano né di argilloscisti né di superfici metalliche, e nemmeno di fiumi capaci di restituire un nitido riflesso, si riteneva che i Biami , una tribù Papua della Nuova Guinea, non avessero mai visto la propria immagine . Ciò ne fece l’ideale oggetto di studio di Edmund Carpenter , un antropologo interessato agli aspetti visivi della propria disciplina che aveva deciso di documentare le prime reazioni umane in presenza di uno specchio.

“Rimasero paralizzati: dopo la prima reazione allarmata — si copri rono la bocca e mossero il capo da un lato e dall’altro — rimasero impietriti a fissare la propria immagine, e solo i muscoli dell’addome tradivano la loro grande tensione. AI pari di Narciso erano totalmente affascinati dal proprio riflesso. Penso realmente che il mito di Narciso possa riferirsi a questo fenomeno. Ma pochi giorni dopo si tastavano e si ispezionavano senza timore davanti allo specchio”.

Le fotografie scattate con la Polaroid si rivelarono ancora più sconcertanti. All’inizio i Biami non capivano: l’antropologo dovette insegnare loro a interpretare l’immagine indicando il naso sulla foto e subito dopo toccando il naso reale, e così via per le altre parti del corpo. Con il riconoscimento venne la paura. L’individuo ritratto tremava incontrollabilmente , distoglieva lo sguardo, sgusciava via e andava a rifugiarsi per conto proprio con la fotografia fortemente premuta contro il petto. Poi restava immobile con lo sguardo fisso sul ritratto anche per una ventina di minuti. A causa di questa reazione. Carpenter parla di «terrore dell’autocoscienza. » Ma questo stadio veniva superato presto, e nell’arco di pochi giorni gli abitanti del villaggio avevano allegramente imparato a filmarsi da sé: si fotografavano l’un l’altro, si riascoltavano al registratore e molto orgogliosamente portavano in giro sulla fronte il proprio ritratto.

E’ evidente che i Biami non erano privi dell’autocoscienza prima che l’antropologo mettesse piede nel loro villaggio. L’unico effetto degli specchi e delle fotografie è acuire la coscienza di sé ed esternarne la presenza. Se queste persone non avessero avuto reazioni di sorpresa, paura e fascino avremmo potuto pensare che si fossero già viste in precedenza, oppure che non capissero quanto vedevano. La seconda ipotesi è inconcepibile, poiché l’autocoscienza è la parte più essenziale della natura umana. Senza autocoscienza potremmo benissimo essere le creature senz’anima delle leggende popolari, come i vampiri, che non proiettano alcun riflesso di sé. Ma ciò che più conta è che non saremmo capaci di empatia cognitiva, perché essa richiede di fare distinzione fra sé e gli altri, e di rendersi conto che un altro ha un sé simile al nostro.

Non c’è da stupirsi che le reazioni allo specchio abbiano at tratto anche l’attenzione degli studiosi degli animali. Mentre quasi tutti i mammiferi che fanno particolare assegnamento sulla vista tentano lì per lì di toccare l’immagine riflessa o esplorano la parte posteriore dello specchio, solo gli individui di due specie non umane — lo scimpanzé e l’orango — sembrano capire di star guardando se stessi.

La particolarità di queste due antropomorfe è stata riconosciuta già da parecchio tempo. Nel 1922 Anton Portieljie , un naturalista olandese, osservò che mentre le scimmie non antropomorfe non colgono la relazione fra sé e il proprio riflesso, un orango «per prima cosa guarda attentamente l’immagine, ma poi osserva anche il proprio didietro e il tozzo di pane che vi sono riflessi… palesemente comprendendo l’uso di uno specchio.”

de Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 91

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