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La storia del debito pubblico in Italia. Napoleone e i debiti dello Stato della Chiesa |
| La storia d’Italia è anche una storia del debito pubblico. Anche gli Stati preunitari ne avevano uno. Nel 1809 il debito pubblico dello Stato della Chiesa – espresso in cedole chiamate “Luoghi di Monte” - ammontava a 538.928 Luoghi di Monte. I proprietari di tali titoli erano 15.379. Il 5 agosto 1810 Napoleone incorporò lo Stato Pontificio nell’impero francese, stabilì la liquidazione totale dei Luoghi di Monte. I titoli detenuti dai “montisti” privati furono rimborsati, ma solo in minima parte rispetto al loro valore. Mentre la proprietà dei beni immobili rimase nelle mani degli antichi proprietari, tutti i detentori di “Luoghi di Monte”, ben più numerosi dei proprietari terrieri, videro svanire nel nulla i loro patrimoni. Si trattò di una conversione forzosa dei titoli del debito pubblico, che di fatto equivalse alla loro liquidazione. Il valore del risarcimento venne fissato a 24 scudi ogni Luogo di Monte, cioè 24 scudi ogni 100 scudi di valore nominale posseduto. Con la liquidazione dei Luoghi di Monte i montisti si videro annullare in un sol colpo ben il 76% di tutto il capitale nominale da essi accumulato in titoli del debito pubblico. Nella grande maggioranza dei casi, le perdite effettive subite dai montisti finirono per essere ancor più pesanti. Infatti come contropartita non ricevettero denaro ma beni nazionali, perlopiù immobili di qualità assai mediocre, che furono pero artificiosamente sopravalutati dallo Stato a prezzi molto al di sopra delle stime catastali. Gli effetti di questa consistente operazione si fecero sentire soprattutto a Roma, dove nel 1810 abitava il 65% circa dei possessori di titoli. Svanirono praticamente nel nulla diverse migliaia di patrimoni di modesta entità accumulati in Luoghi di Monte. Considerato che la maggioranza dei possessori di titoli erano esponenti della borghesia romana, mercanti di campagna, ricchi artigiani e commercianti, ceto medio in genere, la liquidazione dei Luoghi di Monte ebbe come conseguenza il netto impoverimento proprio dei ceti economicamente più vitali della società romana. Al contrario, la proprietà fondiaria uscì pressoché indenne. Con il debito pubblico si trovarono a fare i conti anche i primi governi del Regno d’Italia, il cui reddito nazionale nel 1860 era meno di un terzo di quello francese, e solo un quarto di quello inglese. Le guerre d’Indipendenza erano costate care. Ora quei debiti pesavano come un macigno sulle finanze del neonato Stato unitario. Il regno di Sardegna portava in eredità al nuovo Stato unitario un passivo di 1.482 milioni, frutto in gran parte delle costruzioni ferroviarie compiute nel decennio cavouriano, delle spese di guerra e dell’indennità pagata all’Austria. Deficit strutturali di bilancio, spese militari straordinarie, l’assunzione dei debiti degli ex Stati ora annessi: queste le tre cause principali che gonfiarono i conti dello Stato, portando il debito, in percentuale sul Pil, dal 45 al 95%. La decisione di non ripudiare i debiti degli ex Stati ora unificati nel Regno d’Italia, fu una scelta prima di tutto politica: uno Stato che nasceva, dopo decenni di guerre e divisioni, non poteva caratterizzarsi con un’operazione dirompente quale la liquidazione del passivo cumulato in precedenza. Bastogi – in quell’epoca ministro del Tesoro – dichiarò per motivare la decisione: «Perché l’Italia meriti il credito di tutta l’Europa, deve cominciare a rispettare i debiti contratti». Trae origine, dunque, anche da questa decisione la lunga marcia del debito pubblico italiano. Pesole D., “La vertigine del debito”, Fenomeni, pag. 93 |
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