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Suicidio prima dellassalto |
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La prima Guerra mondiale, con i suoi assalti fuori dalle trincee che erano un suicidio di fronte alla mitragliatrici del nemico, mi ha sempre suscitato una profonda pietà. Viene descritta molto bene da Emilio Lussu, in “Un anno sull’altopiano”, Einaudi, libro da cui – anni fa – è stato tratto un bel film con Volontè: “Uomini contro”. La tensione prima dell’assalto doveva raggiungere livelli pazzeschi, fino a spingere dei soldati valorosi, veterani non al loro primo assalto, a commettere gesti assurdi. Ecco il brano: “L’assalto doveva aver luogo. Il generale era sempre là, come un inquisitore, deciso ad assistere, fino alla fine, al supplizio dei condannati. Mancavano pochi minuti alle 9. Il battaglione era pronto, le baionette innestate. Le altre compagnie erano serrate, nella trincea e nei camminamenti e dietro i roccioni che avevamo alle spalle. Non si sentiva un bisbiglio. Si vedevano muoversi le borracce di cognac. Dalla cintura alla bocca, dalla bocca alla cintura, dalla cintura alla bocca. Senza arresto, come le spolette d’un grande telaio, messo in movimento. Il capitano Bravini aveva l’orologio in mano, e seguiva, fissamente, il corso inesorabile dei minuti. Senza levare gli occhi dall’orologio gridò: — Pronti per l’assalto! Poi riprese ancora: — Pronti per l’assalto! Signori ufficiali, in testa ai reparti! Gli occhi dei soldati, spalancati, cercavano i nostri occhi. Il capitano era sempre chino sull’orologio e i soldati trovarono solo i miei occhi. Io mi sforzai di sorridere e dissi qualche parola a fior di labbra; ma quegli occhi, pieni di interrogazione e di angoscia, mi sgomentarono. — Pronti per l’assalto! — ripeté ancora il capitano. Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile. L’assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra. Le parole del capitano caddero come un colpo di scure. La compagnia era in piedi, ma io non la vedevo tutta, talmente era addossata ai parapetti della trincea. La 10° stava di fronte, lungo la trincea, e ne distinguevo tutti i soldati. Due soldati si mossero ed io li vidi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e s’accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio, pazzia? Il primo era un veterano del Carso. — Savoia! — gridò il capitano Bravini. — Savoia! — ripeterono i reparti. E fu un grido urlato come un lamento ed un ‘invocazione disperata. La 9°, tenente Avellini in testa, superò la breccia e si slanciò all’assalto. Il generale e il colonnello erano alle feritoie.” Lussu E., “Un anno sull’altopiano”, Einaudi, pag. 105 |
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