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Ero finito proprietà di Fabio Prisco, un soldato del reparto del
Genio.
Strani soldati i genieri: alzare una solida palizzata era il loro modo
di fare la guerra. Salvo in caso di estremo pericolo, non usano le spade,
ma picconi, pale, accette e seghe. Sulla schiena non hanno arco e frecce,
ma la sacca con le corde, i chiodi e gli altri loro strumenti da lavoro.
Il geniere diventato il mio
nuovo padrone era un brav’uomo. Con me Fabio era sempre gentile, per di
più parlava sia latino che greco - lingua che Bibrax mi aveva insegnato
- dato che la sua famiglia veniva da Siracusa, la città più
importante della Magna Grecia. Lui mi insegnò il latino, che imparai
con poca fatica, abituato come ero a studiare tutto a memoria; io gli
insegnai un po’ di gallico. Così, usando insieme tre lingue diverse,
riuscivamo a dialogare.
Gli avevo raccontato dei miei
studi per diventare un druido. Fabio mi ascoltava attento e curioso quando
gli parlavo di quei misteriosi sacerdoti.
"Nel mondo dei poteri nascosti della natura, più cerchi di
imparare, più cose trovi." Gli spiegavo. "I modi di fare
magie che un druido conosce sono innumerevoli come le leggi dell’universo.
Non è possibile che un uomo solo possa apprenderli tutti, perché
ogni persona che impara qualcosa, l’aggiusta a modo suo e fa mille invenzioni.
Chi segue alla lettera le antiche formule ottiene un principio, che poi
può sviluppare in modi diversi."
"Le formule antiche chi le ha scoperte?" Chiedeva Fabio.
"Per migliaia di secoli generazioni di sapienti hanno studiato i
poteri della materia." Gli dicevo. "Il mio maestro ha appreso
dagli anziani tutte le conoscenze circa le erbe e i veleni, e sa usarle
nelle zone limite, dove l’uomo comune non osa avventurarsi. Noi druidi
mangiamo funghi che altri credono velenosi, e trattiamo ogni tipo di materia:
quella sacra, quella insolita, quella che produce ribrezzo e quella carica
di potenza magica.
Quanto a me, ora tutto questo è un passato sepolto e seppellito.
Non sono più un druido, ma un servo dell’esercito di Roma."
"Su! Su! Mio giovane druido! Stai su con il morale! Lamentarsi non
serve a nulla. Il tuo futuro è con noi. Ora fai parte dell’esercito
di Roma."
"Però si vive meglio da libero."
"Questo è indubbio. Ma vedrai che con noi imparerai un sacco
di cose, e magari tra un po’ di anni riacquisti la libertà."
"Se sarò vivo..."
"Certo! Cesare è un grande generale, e tiene da conto i suoi
uomini.
Noi senza di lui siamo poco, ma lui senza i suoi legionari sarebbe un
nessuno. Noi, il suo esercito, siamo lo strumento con cui raggiungerà
il potere. Cesare ci porterà lontano.
E poi tu Torix hai anche un’altra
fortuna. Come servo di un uomo del Genio militare, sarai poco coinvolto
nelle battaglie. Rischierai la pelle meno del comune legionario. Sarai
un uomo che costruisce, non un semplice guerriero; mentre gli altri uccidono
e si uccidono, tu edificherai."
Fabio era orgoglioso di far parte del Genio, si sentiva dalle sue parole.
"La Iegione ha al suo seguito falegnami, muratori, carpentieri, fabbri,
pittori e operai destinati a costruire gli alloggi dei soldati, a fabbricare
le torri mobili, a riparare carri e macchine da guerra, e a farne di nuove.
E non è finita. Fanno parte del Genio anche diversi laboratori,
che si muovono al seguito delle legioni, dove si fabbricano scudi, giavellotti,
elmi, corazze, frecce e ogni sorta di arma offensiva e difensiva, giacché
Cesare si preoccupa particolarmente che nei campi non manchi mai ciò
che può servire ad un esercito.
Il nostro comandante è Mamurra, responsabile del Genio militare
di Cesare, un tipo sveglio, grande amico del generale. È un tipo
che sa ascoltare, che se hai qualcosa da dire ti da retta, sempre pronto
ad aiutare i suoi genieri.
Vedrai che, sotto i suoi ordini, anche un druido come te si troverà
bene."
Quella parola "druido"
continuava ad accompagnarmi. Fabio mi aveva soprannominato così,
e presto tutti gli altri del Genio presero a chiamarmi con quel nome.
Finita la campagna militare contro i Belgi, Cesare aveva fatto tornare
indietro le sue legioni. Una sera, arrivati al luogo dove sarebbe sorto
l’accampamento, il comandante Mamurra spedì la squadra di Fabio
nella vicina foresta a cercare erba per nutrire i cavalli.
Io e il mio padrone ci inoltrammo nel bosco insieme a quattro asini. Il
mio compito era semplice: quando un paio di bestie erano cariche di ciò
che il soldato aveva raccolto, dovevo accompagnare gli animali all’accampamento,
scaricare e tornare dal geniere romano. Il soldato mi affidava gli altri
due asini col suo ultimo raccolto, e io ripartivo per l’accampamento.
Quello che difficilmente sarei riuscito a immaginare, erano le mille cose
che Fabio trovava frugando tra la vegetazione. Sembrava che per il romano
tutto avesse un preciso valore. Oltre agli alberi più dritti e
adatti, che segava veloce col suo strumento, il geniere falciava l’erba
nelle radure e raccoglieva qualsiasi cosa gli potesse fare comodo: il
cespuglio gli forniva le bacche, il prato gli dava verdure saporite e
ottime da cucinare. Metteva insieme di tutto: scavava radici saporite
da sgranocchiare, vedeva funghi enormi proprio dove io avevo camminato
senza accorgermi di nulla, staccava gocce di resina appiccicosa dai pini
commentando:
"...mmm... questa sarà ottima per incollare le punte delle
frecce...".
Neppure gli animali si salvavano dalla sua furia. Acchiappava rane nel
ruscello, cercava uova nei nidi d’uccello, costruiva trappole per le lepri
usando un pezzetto di spago. Infine era goloso di miele. Seguendo gli
insetti, cercava gli alberi dove avevano gli alveari, e raccoglieva il
prodotto facendo allontanare le api con l’aiuto del fumo.
La sera, finito il lavoro,
al sicuro dentro l’accampamento, protetti dalle robuste palizzate che
anch’io avevo provveduto a costruire, c’era tempo per rilassarsi accanto
al fuoco.
I soldati, attendendo la cena, raccontano storie di guerra. Accanto alla
tenda di Fabio alloggia un cavaliere germano, uno dei mercenari venuti
a combattere come alleati sotto gli ordini di Cesare. Si chiama Sigfrid,
e ama solo la guerra, le spade, l’assalto contro i nemici.
"Solo un’arma ben affilata fa vincere la battaglia!" Dichiara
compiaciuto.
"In questo ti sbagli." Lo riprende Fabio. "Le battaglie
non si vincono solo con le spade, possono servire anche le zappe, le seghe
e perché no? Le trombe!".
"Le trombe?" Replica stupito Sigfrid.
"Certo, le trombe. Ricordo una volta avevamo l’accampamento davanti
ad una moltitudine di Galli, accampati alla rinfusa di fronte a noi.
I nemici, accesi numerosi fuochi, per la maggior parte della notte si
abbandonavano alla gioia, ai festeggiamenti, a canti e balli.
A noi Romani invece, Cesare ordina di osservare il massimo silenzio e
di non dare neppure i segnali di tromba, come è costume durante
i turni di guardia. Poi, appena comincia a spuntare l’alba - sfiniti ormai
i nemici da feste, canti e balli - i centurioni nel massimo silenzio svegliano
i legionari, e mettono davanti a tutti i trombettieri. Ad un segnale tutti
insieme suonano i loro corni, mentre i soldati, emettendo alte grida e
battendo le spade sugli scudi, irrompono fuori dal campo.
I Galli, destati all’improvviso da quell’inconcepibile frastuono, non
possono né fuggire, né impugnare le armi, né agire
in alcun modo. Così, fra lo strepito e le grida, mancando ogni
soccorso, la paura li invade e li prende un terrore simile alla pazzia.
Alla fine vengono tutti sopraffatti e volti in fuga.
Furono uccisi più nemici in quello scontro che in molti precedenti."
"Uccisi, appunto." Replica Sigfrid. "La guerra è
sempre una storia di morte e di uccisioni."
"Però è anche vero che le battaglie non si vincono
solo con le spade." Conclude il geniere. "A volte possono servire
anche degli strumenti musicali."
È finalmente arrivato
il momento di mangiare. Gli schiavi addetti alla cucina portano la carne
per la cena. Subito la preparano, tagliano le cosce tutte per bene, le
avvolgono di grasso che funziona come un condimento, e le mettono a cuocere
sulle graticole. Ci versano sopra vino per dargli più sapore, mentre
i soldati stanno intorno impugnando forchette di legno.
I primi momenti del pasto sono silenziosi, dedicati alla fame, poi Sigfrid,
saziato l’appetito, mi chiede:
"E tu druido, che storie di guerra conosci? Di che popolo sei?"
"Sono della tribù degli Aduatuci. Il mio popolo ha una storia
unica, è il solo della Gallia ad aver già conosciuto, 50
anni prima di questa guerra, la potenza dell’esercito dei Romani."
"Come andò?" Chiede Fabio. "Su! Racconta!"
"La mia tribù discende dai Tèutoni, un popolo che all’epoca
in cui decise di invadere l’Italia, lasciò in patria nella Gallia
belgica tutto quello che non poteva portare con se. Le case e i campi
rimasti tra i Belgi vennero affidati a seimila dei nostri, incaricati
di custodirle e proteggerle. Costoro, dopo la sconfitta dei Tèutoni
da parte dei Romani, furono chiamati Atuatuci dai popoli della Gallia
con cui confinavano.
Mio nonno partecipò cinquanta anni fa all’invasione, ed è
stato uno dei pochissimi sopravvissuti. Tornato in Belgio, mi aveva raccontato
quanto i Romani fossero pericolosi."
"Allora raccontalo anche a noi." Chiede Fabio.
"È stata una grande invasione, centinaia di migliaia di persone
in cerca di una terra più ricca dove trasferirsi. Era una coda
serpeggiante di persone, una folla enorme, un grande insieme di bestiame,
cavalli, donne e bambini, e carri, tanti carri colmi delle provviste rubate
e razziate a tutte le genti che i nostri avevano incontrato.
D’un tratto la colonna dei Tèutoni, seguendo la valle del fiume
Ars, giunse ai piedi dell’altura sulla quale era appollaiato l’accampamento
dei Romani.
"Prima abbiamo tentato," raccontava mio nonno, "di attirare
allo scoperto l’esercito romano con fischi, grida di scherno, urla di
derisione, e una sfilata di civili fatti prigionieri e tutti quanti sottoposti
alla tortura.
Nessun romano reagì; nessuno si avventurò allo scoperto.
Allora attaccammo in massa, un semplice attacco frontale che si arrestò
contro le fortificazioni dei legionari e tornò indietro infruttuoso.
I Romani si limitarono a scagliare qualche lancia contro noi che eravamo
dei facili bersagli.
Noi Tèutoni scrollammo le spalle.
Che i Romani se ne stessero pure rinchiusi dentro il loro campo!
Non aveva alcuna importanza.
Così girammo attorno
alla collina su cui era l’accampamento e andammo verso Sud, seguiti per
sette giorni dalle migliaia di carri cigolanti.
Ma l’ultimo carro era appena scomparso all’orizzonte quando Caio Mario
- il comandante dell’esercito di Roma - si mosse con tutte le sei legioni.
Silenziosi, disciplinati, entusiasti alla prospettiva di poter finalmente
combattere, i Romani, si misero all’inseguimento.
A completamento del suo piano, il generale Mario aveva scelto tremila
dei suoi uomini migliori e li aveva spediti ad attraversare il fiume molto
più a valle. Avrebbero dovuto attendere che si scatenasse lo scontro
generale, e poi piombare alle spalle dei Tèutoni quando la battaglia
fosse al culmine.
Tutti gli altri legionari avanzando veloci per una valle laterale, superarono
senza farsi notare la nostra colonna che era rallentata dai carri e dai
bagagli, e si accamparono in cima a una collina che dominava il fiume
dall’alto.
I guerrieri che erano in testa al nostro esercito, quando giunsero al
guado sul fiume, videro l’accampamento romano, irto di lance e di frecce.
I nostri si ammassano in disordine" raccontava mio nonno, "osservando
rabbiosi e impotenti l’accampamento romano in cima alla cresta, da cui
si affacciano migliaia di legionari.
Poi, in perfetto ordine e senza fretta, le sei legioni di Mario escono
dal campo e scendono il pendio, presentandosi schierati in formazione
da battaglia di fronte a noi. Era una provocazione, una sfida.
I Tèutoni si avventano contro i Romani che non battono ciglio.
Le nostre avanguardie cadono sotto una scarica di giavellotti, scagliati
con sbalorditiva precisione. I guerrieri non riescono a sfondare le linee
romane benché provino vari attacchi. Finché i tremila legionari
rimasti finora nascosti, non piombano sulla retroguardia dei miei antenati
e la massacrano.
A metà pomeriggio i Tèutoni non esistono più.
Trentaseimila legionari romani perfettamente addestrati, resi esperti
dalla tradizione militare di Roma e guidati da un magnifico comandante,
hanno sconfitto più di centomila guerrieri invasori.
Benché fossi stato ferito da un legionario," concludeva mio
nonno, "mi salvai gettandomi nel fiume e poi nuotando lontano. Avevo
provato sulla mia pelle la potenza dell’esercito romano"."
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