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Ormai mi ero abituato a lavorare
per il Genio militare. Toccava a noi - ogni volta che si spostava l’accampamento
- costruirne uno nuovo e contribuire a tirar su tende e palizzate, per
permettere a tutti di dormire al sicuro. Noi del Genio funzionavamo come
manodopera specializzata: falegnami, geometri, architetti, ecc., mentre
i legionari ci davano una mano per tagliare e trasportare il legname o
per scavare i fossati.
Preparare il campo era un compito
ricorrente. Tutti sapevano quale era lo schema generale di un accampamento,
e in ogni luogo si replicava quello. La costruzione aveva tempi rapidissimi,
era tutto sincronizzato come un meccanismo perfetto.
Si iniziava scavando un fossato largo sei passi intorno al futuro campo.
La terra scavata veniva accumulata sul lato interno del fossato fino a
formare come un muro. Per rendere più alto questo terrapieno, ci
si costruiva sopra la palizzata, fatta di tronchi accostati gli uni agli
altri. Intanto si preparavano varie torri di legno a tre piani, collegate
tra di loro mediante ponti e camminamenti coperti, utili in caso di assalti
nemici, perché protetti, sul lato verso l’esterno, da un parapetto
di rami intrecciati.
Così la difesa era assicurata da una doppia fila di combattenti:
il primo gruppo, dai ponti e dai camminamenti, più sicuro per via
dell’altezza, poteva scagliare le frecce con maggior audacia e più
lontano. L’altro gruppo, situato dietro la palizzata, era protetto dal
lancio di dardi, proprio grazie ai ponti che aveva sopra la testa.
In breve tempo ero diventato
un costruttore efficiente, rapido e scrupoloso. Anche Fabio Prisco era
soddisfatto del mio lavoro, ma io un po’ mi tormentavo: era giusto che
aiutassi gli invasori della mia terra? Potevo collaborare con chi aveva
reso schiavo me e la mia tribù?
Poi Cesare ordinò di costruire un ponte sul Reno.
Voleva superare quell’impetuoso e misterioso fiume che lo separava dalle
terre sconosciute della Germania. Non si fidava di attraversare il Reno
con barche e traghetti, e comandò al suo Genio militare di mettersi
al lavoro.
Era un’impresa impossibile. Avevo già visto il Reno, era il più
grande fiume del mio mondo. Conoscevo la forza della sua corrente, la
larghezza enorme del suo letto. Nessun popolo ci sarebbe riuscito, e invece
i Romani, in soli dieci giorni, costruirono un ponte che mai se ne era
visto uno più grande e solido.
Era una costruzione di legno,
un sapiente insieme di pali e tavole, che sostenevano una strada sopra
l’acqua. Ecco come Mamurra progettò la struttura dei ponte.
Le fondamenta erano costituite da pali appuntiti in basso, e di altezza
superiore alla profondità dell’acqua. Mediante dei macchinari detti
"battipali", li si conficcava sul fondo del fiume, non perpendicolari
ma inclinati e in pendenza, in modo da resistere meglio alla corrente.
Più in basso, dirimpetto alla prima fila di piloni di legno, se
ne ponevano altri, con inclinazione opposta all’impeto della corrente.
Sui pali venivano disposte, in senso orizzontale, altre travi su cui si
poggiavano tavole e graticci.
Ben presto il ponte venne terminato:
l’esercito era pronto ad inseguire i Germani. Prima però di passare
il fiume, gli uomini del Genio ottennero i complimenti del comandante
in capo. Cesare li fece schierare per una rassegna d’onore, e li lodò
davanti all’esercito.
"Più di tutti devo ringraziare Mamurra, il comandante del
Genio" disse il generale romano. "Lui vi ha saputo guidare in
questa meravigliosa costruzione!".
Dai soldati schierati partirono grida di compiacimento:
"Bene!". "Bravo Mamurra!". "Viva il comandante
del Genio!".
Anche Fabio ed io eravamo schierati, e il mio padrone romano era così
soddisfatto che gli brillavano gli occhi per l’emozione.
"Il nostro comandante Mamurra è veramente bravo!" Mi
disse tutto contento. "Tu lo conosci?"
"Non personalmente. L’ho visto solo di lontano, ricevo gli ordini
dai suoi caposquadra del Genio e non dal comandante in persona.
Però i suoi sottoposti ne parlano bene. È un uomo intelligente,
sa quel che vuole e sa come ottenerlo. Soprattutto Mamurra sa quel che
vuole Cesare, e per il suo generale si farebbe in quattro."
"Cesare com’è?" Gli chiesi io.
"Anche Cesare è un uomo molto intelligente, capace di ottenere
il meglio dai suoi soldati. Giudica i legionari e i loro ufficiali non
dai costumi né da l’aspetto, ma dalla fortezza dell’animo, e tratta
tutti con uguale severità e bontà."
"Severità e bontà? Sono due parole l’una l’opposto
dell’altra."
"Mio giovane druido, il mondo è più complesso di quanto
sembri. Non si può avere lo stesso comportamento in ogni occasione.
La bontà va bene quasi sempre, ma certe volte è necessaria
la severità, specie quando si è vicini al nemico.
Cesare non usa sempre lo stesso criterio di giudizio per le varie colpe
e le mancanze, e non le punisce tutte nello stesso modo: giudica con molta
severità le diserzioni e le insubordinazioni: sul resto chiude
un occhio.
Talvolta, dopo un combattimento e dopo la vittoria, allenta il freno della
disciplina, concede a tutti di darsi al riposo, ai divertimenti e alle
comodità.
Quando Cesare parla di noi - i suoi legionari - non ci chiama "soldati",
ma col più amorevole nome di "commilitoni", cioè
"gente che combatte insieme a lui"".
"Bello! Certo così è un concetto molto più commovente."
"Ci tiene a vederci ben vestiti e bene armati, pensa che concede
come premio ai valorosi delle spade col manico d’oro, perché -
per paura di perderle - più tenacemente le conservino in battaglia,
e non si facciano mai disarmare."
Questa di premiare i soldati
con armi d’oro era, secondo me, proprio una bella idea. Non solo per soddisfare
un’esigenza di bellezza, o per la vanità dei premiati, ma anche
perché i possessori di una tale ricchezza non si lasciassero indurre
a gettarla via in una fase difficile del combattimento, quando la tentazione
di buttare la spada e di scappare o arrendersi, viene in mente anche ai
più coraggiosi.
"Mio caro druido, tu sai quanto me che vincere questa guerra di Gallia
è molto difficile. "Spiegava Fabio. "Siamo poche legioni
contro un intero paese. Solo Cesare può riuscire a farci vincere.
Lui conosce questi popoli e sa sfruttare i loro difetti.
I Galli sono gente bellicosa ed incostante, disprezzano la morte e la
civiltà. Sono troppo amanti del vino, del sidro e della birra,
tanto che spesso si ubriacano fino a perdere conoscenza..."
Su questa storia delle sbronze,
Fabio aveva purtroppo ragione. Ricordo quando mio padre aveva convinto
mamma a tenere anche un campo coltivato ad orzo. Con quel cereale tenuto
a fermentare, papà aveva ottenuto della birra piuttosto buona,
almeno a quanto dicevano i vicini. Ne era uscita fuori una bella festa
perché papà - tutto contento dato che era un tipo molto
sociale - aveva invitato l’intero villaggio ad assaggiare la bevanda.
Era finito con gli uomini ubriachi per vari giorni.
Da quella volta mamma - sostenuta dalle altre donne - si era rifiutata
di zappare orzo solo per far sbronzare lui e i suoi amici.
Papà non si era preoccupato: niente birra?
Pazienza: si poteva ricavare dell’ottimo liquore fermentando il miele
o della frutta come le mele. Le mele crescevano da sole e il sidro - la
bevanda che se ne poteva ricavare - ubriacava tanto quanto la birra di
orzo. Nessun bisogno di spezzarsi la schiena a furia di zappare.
Ma Fabio continuava, tutto
preso dal suo discorso contro i Galli.
"Per i popoli come quello da dove vieni tu, i Greci hanno inventato
la parola "Barbaros". Il termine deriva dal fatto che la lingua
gallica suona, a chi non la conosce, come un balbuziente ripetersi del
suono "ba". Da allora "barbaro" è diventato
sinonimo di "genti incivili e selvagge".
Cesare ha capito che i barbari cesseranno di essere tali, solo nel momento
in cui, anche i druidi come te, accetteranno la direzione di Roma."
I Romani mi consideravano un
"barbaro" e forse avevano ragione. Ma benché fossi ancora
uno schiavo, volevo imparare dai miei padroni tutto quello che erano in
grado di insegnarmi. Solamente con questi duri maestri avrei imparato
anch’io a costruire qualcosa. In un mondo ancor dominato dai boschi e
dalla terra non coltivata, è bello lo spettacolo delle strade lastricate
che cominciavano a coprire tutto il mondo, compreso il mio, ancora pieno
solo di foreste.
Tutto questo mi insegnò il ponte sul Reno, e a quella costruzione
dovetti un totale cambiamento nel mio modo di pensare. Mi convinse a "cambiare
popolo", a scegliere i Romani come mia gente adottiva. Ormai erano
loro la mia nuova famiglia.
Erano genitori severi ma anche saggi: potevano offrirmi molto. Ero diventato
schiavo, ma chissà il futuro cosa mi avrebbe riservato. A questo
punto della mia esistenza ero finito dall’altra parte della barricata;
volevo approfittare dell’occasione per imparare più cose possibili.
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