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Capitolo 6
Il ponte del cambiamento

Ormai mi ero abituato a lavorare per il Genio militare. Toccava a noi - ogni volta che si spostava l’accampamento - costruirne uno nuovo e contribuire a tirar su tende e palizzate, per permettere a tutti di dormire al sicuro. Noi del Genio funzionavamo come manodopera specializzata: falegnami, geometri, architetti, ecc., mentre i legionari ci davano una mano per tagliare e trasportare il legname o per scavare i fossati.

Preparare il campo era un compito ricorrente. Tutti sapevano quale era lo schema generale di un accampamento, e in ogni luogo si replicava quello. La costruzione aveva tempi rapidissimi, era tutto sincronizzato come un meccanismo perfetto.
Si iniziava scavando un fossato largo sei passi intorno al futuro campo. La terra scavata veniva accumulata sul lato interno del fossato fino a formare come un muro. Per rendere più alto questo terrapieno, ci si costruiva sopra la palizzata, fatta di tronchi accostati gli uni agli altri. Intanto si preparavano varie torri di legno a tre piani, collegate tra di loro mediante ponti e camminamenti coperti, utili in caso di assalti nemici, perché protetti, sul lato verso l’esterno, da un parapetto di rami intrecciati.
Così la difesa era assicurata da una doppia fila di combattenti: il primo gruppo, dai ponti e dai camminamenti, più sicuro per via dell’altezza, poteva scagliare le frecce con maggior audacia e più lontano. L’altro gruppo, situato dietro la palizzata, era protetto dal lancio di dardi, proprio grazie ai ponti che aveva sopra la testa.

In breve tempo ero diventato un costruttore efficiente, rapido e scrupoloso. Anche Fabio Prisco era soddisfatto del mio lavoro, ma io un po’ mi tormentavo: era giusto che aiutassi gli invasori della mia terra? Potevo collaborare con chi aveva reso schiavo me e la mia tribù?
Poi Cesare ordinò di costruire un ponte sul Reno.
Voleva superare quell’impetuoso e misterioso fiume che lo separava dalle terre sconosciute della Germania. Non si fidava di attraversare il Reno con barche e traghetti, e comandò al suo Genio militare di mettersi al lavoro.
Era un’impresa impossibile. Avevo già visto il Reno, era il più grande fiume del mio mondo. Conoscevo la forza della sua corrente, la larghezza enorme del suo letto. Nessun popolo ci sarebbe riuscito, e invece i Romani, in soli dieci giorni, costruirono un ponte che mai se ne era visto uno più grande e solido.

Era una costruzione di legno, un sapiente insieme di pali e tavole, che sostenevano una strada sopra l’acqua. Ecco come Mamurra progettò la struttura dei ponte.
Le fondamenta erano costituite da pali appuntiti in basso, e di altezza superiore alla profondità dell’acqua. Mediante dei macchinari detti "battipali", li si conficcava sul fondo del fiume, non perpendicolari ma inclinati e in pendenza, in modo da resistere meglio alla corrente. Più in basso, dirimpetto alla prima fila di piloni di legno, se ne ponevano altri, con inclinazione opposta all’impeto della corrente. Sui pali venivano disposte, in senso orizzontale, altre travi su cui si poggiavano tavole e graticci.

Ben presto il ponte venne terminato: l’esercito era pronto ad inseguire i Germani. Prima però di passare il fiume, gli uomini del Genio ottennero i complimenti del comandante in capo. Cesare li fece schierare per una rassegna d’onore, e li lodò davanti all’esercito.
"Più di tutti devo ringraziare Mamurra, il comandante del Genio" disse il generale romano. "Lui vi ha saputo guidare in questa meravigliosa costruzione!".
Dai soldati schierati partirono grida di compiacimento:
"Bene!". "Bravo Mamurra!". "Viva il comandante del Genio!".
Anche Fabio ed io eravamo schierati, e il mio padrone romano era così soddisfatto che gli brillavano gli occhi per l’emozione.
"Il nostro comandante Mamurra è veramente bravo!" Mi disse tutto contento. "Tu lo conosci?"
"Non personalmente. L’ho visto solo di lontano, ricevo gli ordini dai suoi caposquadra del Genio e non dal comandante in persona.
Però i suoi sottoposti ne parlano bene. È un uomo intelligente, sa quel che vuole e sa come ottenerlo. Soprattutto Mamurra sa quel che vuole Cesare, e per il suo generale si farebbe in quattro."
"Cesare com’è?" Gli chiesi io.
"Anche Cesare è un uomo molto intelligente, capace di ottenere il meglio dai suoi soldati. Giudica i legionari e i loro ufficiali non dai costumi né da l’aspetto, ma dalla fortezza dell’animo, e tratta tutti con uguale severità e bontà."
"Severità e bontà? Sono due parole l’una l’opposto dell’altra."
"Mio giovane druido, il mondo è più complesso di quanto sembri. Non si può avere lo stesso comportamento in ogni occasione. La bontà va bene quasi sempre, ma certe volte è necessaria la severità, specie quando si è vicini al nemico.
Cesare non usa sempre lo stesso criterio di giudizio per le varie colpe e le mancanze, e non le punisce tutte nello stesso modo: giudica con molta severità le diserzioni e le insubordinazioni: sul resto chiude un occhio.
Talvolta, dopo un combattimento e dopo la vittoria, allenta il freno della disciplina, concede a tutti di darsi al riposo, ai divertimenti e alle comodità.
Quando Cesare parla di noi - i suoi legionari - non ci chiama "soldati", ma col più amorevole nome di "commilitoni", cioè "gente che combatte insieme a lui"".
"Bello! Certo così è un concetto molto più commovente."
"Ci tiene a vederci ben vestiti e bene armati, pensa che concede come premio ai valorosi delle spade col manico d’oro, perché - per paura di perderle - più tenacemente le conservino in battaglia, e non si facciano mai disarmare."

Questa di premiare i soldati con armi d’oro era, secondo me, proprio una bella idea. Non solo per soddisfare un’esigenza di bellezza, o per la vanità dei premiati, ma anche perché i possessori di una tale ricchezza non si lasciassero indurre a gettarla via in una fase difficile del combattimento, quando la tentazione di buttare la spada e di scappare o arrendersi, viene in mente anche ai più coraggiosi.
"Mio caro druido, tu sai quanto me che vincere questa guerra di Gallia è molto difficile. "Spiegava Fabio. "Siamo poche legioni contro un intero paese. Solo Cesare può riuscire a farci vincere. Lui conosce questi popoli e sa sfruttare i loro difetti.
I Galli sono gente bellicosa ed incostante, disprezzano la morte e la civiltà. Sono troppo amanti del vino, del sidro e della birra, tanto che spesso si ubriacano fino a perdere conoscenza..."

Su questa storia delle sbronze, Fabio aveva purtroppo ragione. Ricordo quando mio padre aveva convinto mamma a tenere anche un campo coltivato ad orzo. Con quel cereale tenuto a fermentare, papà aveva ottenuto della birra piuttosto buona, almeno a quanto dicevano i vicini. Ne era uscita fuori una bella festa perché papà - tutto contento dato che era un tipo molto sociale - aveva invitato l’intero villaggio ad assaggiare la bevanda. Era finito con gli uomini ubriachi per vari giorni.
Da quella volta mamma - sostenuta dalle altre donne - si era rifiutata di zappare orzo solo per far sbronzare lui e i suoi amici.
Papà non si era preoccupato: niente birra?
Pazienza: si poteva ricavare dell’ottimo liquore fermentando il miele o della frutta come le mele. Le mele crescevano da sole e il sidro - la bevanda che se ne poteva ricavare - ubriacava tanto quanto la birra di orzo. Nessun bisogno di spezzarsi la schiena a furia di zappare.

Ma Fabio continuava, tutto preso dal suo discorso contro i Galli.
"Per i popoli come quello da dove vieni tu, i Greci hanno inventato la parola "Barbaros". Il termine deriva dal fatto che la lingua gallica suona, a chi non la conosce, come un balbuziente ripetersi del suono "ba". Da allora "barbaro" è diventato sinonimo di "genti incivili e selvagge".
Cesare ha capito che i barbari cesseranno di essere tali, solo nel momento in cui, anche i druidi come te, accetteranno la direzione di Roma."

I Romani mi consideravano un "barbaro" e forse avevano ragione. Ma benché fossi ancora uno schiavo, volevo imparare dai miei padroni tutto quello che erano in grado di insegnarmi. Solamente con questi duri maestri avrei imparato anch’io a costruire qualcosa. In un mondo ancor dominato dai boschi e dalla terra non coltivata, è bello lo spettacolo delle strade lastricate che cominciavano a coprire tutto il mondo, compreso il mio, ancora pieno solo di foreste.
Tutto questo mi insegnò il ponte sul Reno, e a quella costruzione dovetti un totale cambiamento nel mio modo di pensare. Mi convinse a "cambiare popolo", a scegliere i Romani come mia gente adottiva. Ormai erano loro la mia nuova famiglia.
Erano genitori severi ma anche saggi: potevano offrirmi molto. Ero diventato schiavo, ma chissà il futuro cosa mi avrebbe riservato. A questo punto della mia esistenza ero finito dall’altra parte della barricata; volevo approfittare dell’occasione per imparare più cose possibili.


Torix il druido
un romanzo storico sulla conquista della Gallia

Indice dei capitoli

L’antica sapienza dei druidi
La festa dei druidi
La religione degli alberi
Schiavo dei Romani
Il Genio militare
Il ponte del cambiamento
Le lumache. Come i Romani vincono un assedio
Gli uomini di Giulio Cesare. I comandanti romani in Gallia
Giulio Cesare e l’assedio di Alesia
Le fortificazioni e l’assedio di Alesia
Alesia: La battaglia finale. Sconfitta di Vergingetorige
La guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo
La corona da "re di Roma" per Giulio Cesare
L’architetto del Foro romano
Ora sono un vecchio architetto originario della Gallia
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Piccolo glossario di Storia romana
Piccolo questionario di Storia romana
La storia della guerra civile tra Cesare e Pompeo
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