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Poco dopo la costruzione del
ponte, l’esercito di Cesare si trova di fronte ad un problema di difficile
soluzione. Un gruppo di Galli si è rifugiato in cima ad una montagna,
in una fortezza per niente facile da assediare, ben fornita di uomini,
armi e viveri.
E’ su un’altura rocciosa molto elevata, sufficiente ad accogliere un fortino,
e a cui si accede solo attraverso uno stretto sentiero. Il colle con la
roccaforte, scosceso da ogni parte per natura, sembra modellato dalla
volontà dell’uomo per renderne impossibile la conquista. Il luogo
è poco adatto alle torri e alle altre macchine da guerra; il sentiero
di accesso è assai stretto, tagliato a picco da una parte e dall’altra.
Le macchine da guerra vi vengono trainate senza risultato, e con pericolo
immenso. Infatti, appena avanzano un poco, i Galli le distruggono col
fuoco o con una pioggia dei sassi. I Romani non possono né tenersi
fermi davanti alle opere di assedio, causa la ristrettezza del luogo,
né combattere o spingere avanti le macchine senza pericolo. I più
valorosi vengono feriti: in tutti gli altri aumenta il timore e la sfiducia.
Quei Galli arroccati lassù
sembrano invincibili. L’aspetto di quei nemici era terribile. Alti di
statura, esibivano una muscolatura vigorosa sotto la pelle chiara. Sono
biondi di capelli non solo per natura, ma anche perché se li schiarivano
artificialmente lavandoIi in acqua di gesso. Vestivano camicie ricamate
di tinte sgargianti, con sotto dei calzoni che chiamano "bracae"
e dei mantelli fissati alla spalla da un fermaglio. Tutti gli abiti sono
cuciti in un tessuto a strisce di colori diversi. Per proteggersi la testa
alcuni portano elmi di bronzo con grosse figure a sbalzo o anche corna,
che li fanno apparire ancora più alti di quanto già non
siano, mentre altri si proteggono con armature di ferro fatte di catene
intrecciate. La maggior parte tuttavia non può permettersi armi
costose e sofisticate, e affronta la battaglia a torso nudo.
Benché i soldati romani
vadano all’assalto con straordinario valore, i Galli oppongono accorgimenti
d’ogni tipo. Noi per superare le loro difese costruiamo un grande "terrapieno",
una strada artificiale che arriva in salita fin sotto le mura.
I nemici allora provocano frane nel terrapieno scavandoci sotto delle
gallerie. In questo sono molto abili, in quanto nella Gallia ci sono molte
miniere di ferro, per cui sanno scavare e usano ogni tipo di cunicolo.
Inoltre, di giorno e di notte vanno all’attacco con frequenti uscite improvvise,
nel tentativo di appiccare il fuoco alle catapulte o di assalire i genieri
romani impegnati nei lavori. È una sfida all’ultimo sangue. Quanto
più le torri ogni giorno salgono grazie al terrapieno, che noi
costruiamo con grande fatica, tanto più i Galli alzano le loro
mura con l’aggiunta di travi. Infine, tirandoci contro lance, pece bollente
e massi enormi, ci impediscono di accostarci alle mura.
Tutto ciò rende assai difficile l’assedio, ma i genieri di Mamurra
ed io con loro, lavoriamo senza sosta. Superato ogni ostacolo, in venticinque
giorni costruiamo un terrapieno lungo trecento passi e alto a sufficienza.
L’opera raggiunge quasi le mura nemiche.
Ma ecco che poco prima di mezzanotte si vede uscire del fumo dal terrapieno:
i Galli gli hanno dato fuoco grazie ad una galleria scavata sotto.
Mentre da tutte le mura si levano alte grida, i Galli contemporaneamente
tentano un colpo di mano uscendo all’attacco dalle porte della roccaforte.
Si combatte in ogni settore, benché sia già trascorsa gran
parte della notte. Forze fresche dei Galli, via via, danno il cambio a
chi è stanco, convinti che il destino del loro paese dipenda dall’impegno
in quel momento pericoloso.
Il terrapieno è distrutto: i nemici festeggiano la loro vittoria.
Alla fine Cesare è costretto a dare l’ordine di ritirata.
L’assedio si preannuncia lungo
e difficile. Il generale romano, che aveva sprecato molti giorni e fatiche
per costruire il terrapieno, si domanda se deve interrompere l’impresa,
e fa sospendere i lavori per la conquista della roccaforte.
Intanto io, allontanatomi dal campo per fare provvista d’acqua, osservo
per caso delle lumache che strisciano tra i sassi. Tirandone su una, poi
un’altra, poi parecchie, a poco a poco - per il desiderio di raccoglierne
il più possibile - arrivo in un punto seminascosto alla base della
collina, sul retro rispetto a dove sorge la fortezza. Qui era cresciuto
per caso, saldo tra le rocce, un grande albero, che si sviluppava in altezza,
partendo dalle ripide pendici dell’altura. Afferratomi ai suoi rami e
ai sassi sporgenti, posso iniziare ad arrampicarmi, e a spingermi sempre
più in alto.
A me piace salire su per le
montagne, per cui scalo la parete non senza difficoltà, ma neppure
senza correre il rischio di precipitare. Giunto in cima, sbuco su una
sporgenza battuta dal vento lunga forse cinquanta passi e larga una quindicina:
era la sommità della rupe.
Qui per la paura quasi mi si blocca il respiro. Sono preso dal panico
e mi affretto a ripararmi dietro una roccia: lassù, poco distante
da quella sporgenza di roccia, c’è la fortezza dei Galli. Per mia
fortuna il luogo è deserto e non sorvegliato. Nessun nemico si
accorge della mia presenza. L’ho scampata bella!
Esplorato tutto ciò che penso mi possa diventare utile, torno indietro
per la stessa via, esaminando e osservando attentamente ogni particolare.
Avevo scoperto una via per scalare quell’altura.
Era un’importante informazione militare. Non mi curo di dare la notizia
a Fabio o al comandante degli schiavi della mia squadra. Vado dritto al
vertice: voglio raccontarlo direttamente a Cesare.
Torno in fretta all’accampamento.
Più o meno al centro del campo, nel punto in cui la via praetoria,
che collega l’ingresso principale con quello sul retro, incrocia la via
principalis, che unisce tra loro le due porte laterali, c’è la
tenda del comandante in capo. Lì Giulio Cesare ha posto il suo
quartier generale.
All’ombra di una lunga tettoia che si prolunga davanti all’ingresso principale,
ci sono un tavolo e una sedia, occupati dall’ufficiale di turno in quel
giorno. Spetta a lui fare un primo esame di coloro che chiedono udienza
al comandante, e smistare nella giusta direzione le varie richieste riguardo
a questa o quella cosa. Due soldati di sentinella montano la guardia ai
lati dell’ingresso, calmi ma vigili, la monotonia del dovere alleviata
dal fatto che sono in grado di ascoltare tutte le conversazioni tra l’ufficiale
di turno e chi viene a consultarlo.
Quel giorno è di turno
proprio Mamurra, il comandante del Genio militare. Sapevo che Mamurra
era un tipo particolare, sempre pronto a risolvere i problemi relativi
ai rifornimenti, alla disciplina, al morale degli uomini.
Quando mi presento con un fare incerto, il comandante del Genio mi squadra
con interesse.
Io penso: "Mamurra è giovane per questo incarico, però
ha l’aria di un vero soldato."
Mi presento: "Sono Torix, servo addetto al geniere Fabio Prisco della
Prima squadra costruzioni. Vorrei parlare con Giulio Cesare."
"Motivo della richiesta?" Domanda Mamurra.
"Personale."
"Il generale" mi dice il comandante del Genio in tono gentile,
"non riceve i semplici schiavi, soprattutto non accompagnati. Dov’è
il tuo caposquadra?"
"Non sa che sono venuto." Rispondo con aria cocciuta. "Sono
qui per motivi personali."
"Giulio Cesare è molto impegnato." Spiega paziente Mamurra.
Poso le mani sul tavolo e alzo la testa verso il comandante del Genio.
"La notizia che voglio portare personalmente a Cesare lo riempirà
di gioia. Vuole stare qui a ritardarla, o mi accompagna dentro e fa bella
figura anche lei?
Io comunque so come conquistare la fortezza, e non ho intenzione di parlarne
prima a qualcun altro. L’informazione che ho la rivelerò solo al
comandante in capo."
Continuando a fissarmi, Mamurra
si alza in piedi.
"Va bene, seguimi." Dice.
L’interno della tenda è diviso in due zone da un telo. Lo spazio
sul retro costituisce la tenda privata di Cesare dove c’è il suo
letto. La zona davanti - dove sono appena entrato - è il suo ufficio.
Contiene un assortimento di sedie e tavoli pieghevoli, rastrelliere colme
di mappe, alcuni modellini di macchine da assedio con cui si erano esercitati
gli ufficiali del genio nella prospettiva di un assalto alla roccaforte,
e svariati casellari portatili in cui sono riposti documenti, rotoli,
libri, tavolette cosparse di cera per prendere appunti, penne, calamai
e pergamene.
Giulio Cesare sta seduto da un lato del grande tavolo che funziona da
suo scrittoio personale, con Labieno - il suo vice comandante - da un
lato, e Oppido e Irzio, i suoi segretari, dall’altro. Sono presenti anche
parecchi scrivani.
"Cesare, chiedo scusa per l’interruzione." Dice Mamurra un po’
titubante.
Qualcosa nel suo tono di voce, induce gli uomini presenti ad alzare il
capo e a fissarlo.
"Sei perdonato, Mamurra. Che succede?" Domanda Cesare, sorridendo.
"Qui c’è uno schiavo che insiste per farsi ricevere da te,
ma non vuole dirmi il perché."
"Uno schiavo?" Ripete il generale romano fissandomi ironico.
"E si tratta di cosa segretissima, eh?"
Cesare passa poi ad osservare il comandante del Genio e gli chiede con
espressione astuta:
"Secondo te Mamurra perché io, il comandante in capo, dovrei
prestare attenzione a questo tizio?"
"Se potessi dirtelo sarei un indovino." Risponde l’interrogato,
e aggiunge:
"Non so perché... forse mi sbaglio, ma penso che dovresti
ascoltare questo Torix. Ho come un presentimento. Magari ha qualche buona
idea su come sconfiggere i Galli."
Cesare posa il documento che ha in mano e conclude:
"Bene: sentiamo allora cosa ha da dire."
La vista dell’intero comando
supremo riunito in assemblea scuote un po’ della mia sicurezza. Me ne
sto lì, illuminato dalla debole luce delle lucerne, col cuore che
batte forte, intimorito da tutta quella gente. Non mi vengono le parole.
Il generale romano si accorge del mio timore, e per togliermi un po’ di
soggezione, mi esorta a parlare con voce calma e incoraggiante.
"Allora Torix, cos’hai da dirmi?"
Finalmente trovo il coraggio di aprir bocca:
"Ho trovato un modo per scalare la fortezza."
Cesare, Mamurra e gli altri mi guardano stupiti. Racconto loro della mia
arrampicata.
"Così hai trovato una via per arrivare in cima alla montagna..."
Commenta Cesare, poi si alza da dietro lo scrittoio.
"Fammi vedere!" Ordina. "Guidaci a questo tuo passaggio."
Subito si forma una pattuglia
di esplorazione, che si mette immediatamente in marcia, con Cesare, Mamurra
e la scorta del comandante. Arrivati al grande albero che permette l’inizio
della salita, mi arrampico su, seguito da Mamurra. La scalata non sembra
presentare difficoltà eccessive neppure per un tipo agile come
il comandante del Genio.
Arriviamo alla sommità dell’altura, e da lì indico la fortezza
che giace indifesa sul monte. Ritorniamo in basso a far rapporto.
"Semplicissimo." Dice Mamurra a Cesare. "La parete è
difficile ma non impossibile, un piccolo gruppo di soldati può
benissimo arrampicarsi fin lassù."
"Bene! Molto bene!" Commenta Cesare, adocchiandomi con rinnovato
rispetto, poi mi dice:
"Tu sei quello che chiamano il "druido"."
"Sì, mio generale." Rispondo, stupito che il comandante
conosca quel soprannome.
"Tu devi proprio avere il sangue di una capra, per riuscire ad arrampicarti
su per questa via."
"Mi ha sempre divertito scalare le montagne." Faccio io tutto
soddisfatto.
"E a me diverte premiare la gente che ha buone idee." Conclude
Cesare, che poi prende ad organizzare la situazione.
Mette insieme un gruppo di soldati, scegliendo cinque uomini particolarmente
agili, selezionati fra i suonatori di tromba, e ad essi aggiunge una decina
di legionari tra i più valorosi, ordinando a tutti di attenersi
ai miei ordini.
Quelli che si accingono alla scalata - su mio suggerimento - cambiano
le armi. Sulle spalle tengono le trombe e le spade, mentre i normali scudi
di metallo sono sostituiti da altri in cuoio, perché siano più
leggeri e perché non producano rumore, nel caso vengano urtati
durante la salita.
Io dunque, aprendo la marcia,
dove sporgono sassi o vecchie radici fisso delle corde, aggrappandosi
alle quali i soldati possono salire più agevolmente: talvolta tiro
su a braccia coloro che esitano a procedere per la difficoltà del
cammino. Dove la salita è particolarmente dura, li faccio passare
uno ad uno, senza armi, davanti a me, e poi li seguo portando io stesso
il loro equipaggiamento. Salendo e discendendo più volte per la
stessa parete, e quindi facendomi da lato, infondo fiducia agli altri.
Insomma, dopo lunga ed estenuante fatica giungiamo al fortino, sguarnito
da quella parte, poiché tutti i Galli, come gli altri giorni, sono
rivolti al lato del nemico.
Cesare, che ha schierato l’esercito
di fronte alla roccaforte, appena viene avvertito da un messaggero che
il mio gruppo è nascosto sul colle pronto per intervenire, incita
i soldati e fa avanzare le legioni contro la fortezza, tenendo al tempo
stesso impegnato il nemico per mezzo delle catapulte e degli arcieri.
Mentre tutti, Romani e Galli,
sono intenti a combattere, lottando da entrambe le parti con grande impeto,
il mio gruppo entra in azione: all’improvviso, alle spalle dei difensori
della fortezza, squillano le trombe.
Atterriti da quel suono, che è il segnale di quando le legioni
romane stanno per andare all’attacco, e che per di più proviene
da una direzione inaspettata, dapprima fuggono donne e fanciulli, che
si erano spinti avanti per curiosità di vedere, poi quelli più
vicini al muro, infine tutti quanti, sia gli armati che quelli senza armi.
I Romani incalzano, pronti ad afferrare la vittoria. Entrano nella roccaforte
e nessuno riesce più a fermarli.
Il lungo assedio è finito: i Galli si arrendono tutti.
Dopo la conquista del fortino
sono convocato da Cesare.
"Questa vittoria è anche merito tuo." Afferma soddisfatto.
"Un ragazzo sveglio come te, non può restare schiavo.
Chi è il tuo padrone?"
"Fabio Prisco."
"Ti ricomprerò da lui al doppio di quanto ti ha pagato, e
ti renderò la libertà.
Diventerai un mio liberto. Mamurra ti troverà un posto di caposquadra
dei genieri. Sarai il "druido del Genio di Cesare"."
Così mi ritrovo a comandare
gli schiavi un tempo miei colleghi. Aver prima dovuto ubbidire mi aveva
insegnato molto. Sono attento alle esigenze di tutti, pronto a concedere
riposi e ricompense, coscienzioso nell’eseguire i lavori, tanto che Mamurra
mi prende subito a ben volere.
Trovo un sistema per farmi
capire più chiaramente. Se c’è da costruire una torre complessa,
prima la disegno su di una pergamena. Vedendo l’immagine del progetto,
i miei uomini capiscono al volo cosa desidero, e il lavoro si svolge veloce
e con meno ostacoli e incomprensioni. Il "druido del Genio"
diventa un personaggio quasi famoso. In un momento d’ozio faccio il ritratto
di Mamurra, con per sfondo il ponte sul Reno. Il mio capo ne è
così soddisfatto che se lo appende nella tenda.
Questa moda ha successo: altri ufficiali mi chiedono di realizzare il
loro ritratto. Io li accontento con gran piacere. È bello avere
dei "modelli", che posano pazienti e immobili, desiderosi di
farsi ritrarre. Sono dipinti che mi permettono di perfezionare il mio
stile di disegno. Più lavoro, più divento bravo.
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