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Trascorro il giorno seguente
a girare per i mercati, per sentire i commenti della gente. Va detto che
erano più le critiche che gli elogi. Il rimpianto della libertà
ora che sta emergendo un possibile dittatore come Cesare, s’insinua per
le piazze di Roma, emerge nei discorsi al mercato o nelle discussioni
sotto i portici, come un canto funebre per una Repubblica sul punto di
morire.
Quella sera mi passa a trovare Ottaviano.
"Mio zio vuole vederti."
"Io? Perché?"
"Non so, mi ha solo detto che desidera parlarti. Ti aspetta domani,
di primo mattino."
Passo una notte agitata. Chissà il generale cosa vuole da me.
Quella notte faccio uno strano
sogno. Sono nel mio villaggio a zappare le cipolle quando si alza un forte
vento. Non è una brezza come le altre, cresce come una tempesta,
un uragano di raffiche che diventano ogni istante più forti.
Presto le folate diventano così intense da trascinarmi via. Mi
aggrappo alla mia capanna ma anche questa è travolta dal vento.
Mi afferro allora ad una grande quercia tutta piena di vischio, ma il
vento riesce a strapparmi anche da lì.
Ad un tratto volo nel cielo. Sono sotto il potere di un vento così
impetuoso da farmi mancare il respiro. Mi muovo nell’aria dapprima a volo
radente sopra gli alberi, poi sorvolando vallate, evitando le nuvole che
si alzano sotto di me, mentre corro per il cielo ad una pazza velocità.
Trascinato da quell’uragano mi trovo spinto verso un alto monte, ma non
di roccia come esistono in natura. Era un insieme ordinato di massi e
di macigni squadrati. Lì riesco ad aggrapparmi e a resistere alle
folate.
Mi sveglio in un bagno di sudore.
Che sogno incomprensibile! Cosa avrà voluto dire?
Intanto Cesare mi aspetta.
Vengo introdotto nei suoi appartamenti e lo vedo sorridermi compiacente.
Meno male! Non devono essere brutte notizie.
"Caro Torix come va?" Mi chiede il generale. "Ti trovi
bene a Roma?"
"Certo! Questa è la città più bella del mondo."
"Eppure bisogna mettere ordine in questa capitale. Ci sono troppe
cose che non vanno, ma vedrai che ce la faremo a sistemarle.
Io conto su di te, ho bisogno di tutti gli uomini che mi sono fedeli."
"Non temere Caio Giulio. Sarò al tuo fianco."
"Le cose da fare son talmente tante che ci sarà da lavorare
per tutti.
Il mio fido Antonio si sta occupando del conteggio della popolazione.
A Roma ci vuole un censimento adeguato, che registri e tenga nota dello
sviluppo della città, elencando i palazzi quartiere per quartiere,
e individuando i proprietari di case. Solo così si potrà
distinguere, nella massa dei plebei, quelli assolutamente poveri che hanno
diritto a ricevere gratis il cibo dallo Stato. Conto di ridurne il numero
da trecentoventimila alla metà. Sarà tutto denaro risparmiato,
che si potrà usare per abbellire Roma e renderla degna del suo
ruolo di capitale.
Ottaviano intanto spartirà le terre delle colonie d’oltremare fra
ottomila cittadini romani, in massima parte veterani delle mie guerre.
I soldati che hanno tanto combattuto, hanno diritto ad avere campi fertili
dove trasformarsi in esperti contadini.
Quanto a te, ti ho concesso la qualifica di "cittadino romano",
così avrai gli stessi diritti degli altri miei uomini."
"Grazie Cesare, questo è un vero onore per me!"
"E non solo per te. Ho già disposto che lo stesso onore venga
offerto a medici e insegnanti che operano nella capitale, affinché
Roma diventi la loro residenza ed altri maestri vi affluiscano.
Quanto a Mamurra, è un comandante troppo prezioso per lasciarlo
a Roma. L’ho già inviato in Siria, per comandare il genio militare
nella guerra contro i Parti. Proprio per questo mi servi tu, che resterai
nella capitale. Se non sbaglio ti piace costruire. Mi ha detto Ottaviano
che ti ha visto spesso disegnare palazzi e acquedotti."
"Oh sì! Costruire è la cosa che mi piace di più
al mondo."
"Ebbene: farai una nuova Roma.
Ti affido l’incarico di disegnare un Foro per la città, qualcosa
di splendido, che tramandi il nome di Cesare. Ottaviano ti metterà
a disposizione imprese ed artigiani, tu pensa ai progetti. Me li manderai
in Siria, e da lì mi terrò informato di come vanno le costruzioni.
Ora dimmi un’altra cosa: che si mormora in giro circa l’episodio dei Luperci?"
"Non bene Cesare. Nelle strade si sente tutta una serie di appelli
allo spirito repubblicano e di rimproveri per la tua ambizione."
"Lo so, ma il vecchio sistema di governo di Roma non sta più
in piedi.
Qualcuno lo deve trasformare, renderlo adatto ai nuovi tempi, e purtroppo
credo tocchi a me portare la responsabilità di questo svecchiamento.
Questo periodo precedente alla spedizione contro i Parti è il momento
giusto per un cambiamento di governo: tutti lo capiscono, anche i miei
nemici, come quel conservatore di Cicerone. Lo sai che ha dedicato al
mio figlio adottivo Bruto un suo libro dove ha scritto: "È
delitto uccidere un uomo, ma se quest’ultimo è un tiranno, non
è più un delitto"?
Ma non mi fa paura. Ho trattato Bruto come un figlio, offrendogli amicizia,
sostegno e stima. Sono sicuro di poter contare su di lui."
"Speriamo!" Commento io. "Ieri passando per la Via Sacra,
ho visto un capannello di gente. Era ferma proprio davanti alla statua
dell’antenato di Bruto, Bruto Maggiore, quello che cacciò via Tarquinio
il Superbo, l’ultimo re di Roma.
Qualcuno aveva scritto due frasi sotto la statua:
"Se vivesse Bruto!"
"Bruto, tu non sei Bruto!".
La gente le commentava: "È vero! Spetta a Bruto, all’erede
di Bruto Maggiore difendere la Repubblica dalle ambizioni di un uomo troppo
potente. Tocca a lui dare l’esempio"."
"Lasciali dire!" Replica Cesare. "Il popolo deve avere
qualcosa di cui lamentarsi. Quando tornerò dopo la vittoria sui
Parti, tutta questa "paura nelle novità" sarà
presto dimenticata.
Buon lavoro Torix!" Mi dice il generale congedandomi. "Ricorda:
io conto su di te!"
Io non ero ancora uscito dal
palazzo, che già con la testa ero intento a progettare quel Foro
che Cesare mi aveva chiesto.
Ora capivo anche il significato nascosto di quel mio sogno. Il vento del
cambiamento mi aveva allontanato dal villaggio e dalla mia capanna. Neppure
le querce dei druidi erano riuscite a fermarmi. Un vento incessante mi
aveva sospinto in volo per il mondo finché mi ero potuto fermare
solo aggrappandomi a dei macigni squadrati. Erano le pietre del Foro che
io avrei progettato.
L’incarico era così
prestigioso che pensavo di non essere all’altezza. C’era un solo sistema
per scoprirlo: sedersi al tavolino e progettare.
In architettura serve molto lavoro mentale prima che qualcuno prenda in
mano la pala o il piccone. Bisogna saper prima vedere con la mente quale
sarà l’aspetto finale dei mercati o delle aule di tribunali. Sono
necessari progetti accurati di altari, templi e colonne. Servono disegni
su disegni, sempre più precisi e dettagliati. Occorrono sia vedute
d’insieme di come verrà la costruzione una volta terminata, che
rappresentazioni grafiche dei particolari: portici, scale, decorazioni
delle colonne.
Era la mia grande occasione. Avrei progettato edifici meravigliosi, ricchi
di tutto ciò che l’uomo sa realizzare di bello e di elegante. Il
tutto costruito con i materiali migliori: pietre, marmi colorati e marmi
candidi adatti per le colonne, mosaici sul suolo e bassorilievi sulle
pareti. Cesare avrebbe avuto uno splendido Foro.
Quel pomeriggio arriva Bibrax
e mia sorella. Gli spiego l’incarico che Cesare mi ha affidato, e loro
si complimentano con me.
"Eccoti qua fratello mio!" Mi dice Maeve. "Ti trovo proprio
in gran forma!
Ho lasciato un giovane che tagliava gli alberi delle foreste galliche,
e lo ritrovo occupato ad alzare una foresta di candide colonne, e proprio
nel centro della capitale del mondo."
"Il destino mi è stato favorevole." Le spiego. "Mi
ha offerto l’occasione di realizzare quasi una magia. Ecco che io disegno
dodici colonne sul mio papiro, e dopo vari mesi, senza che io tocchi mai
il marmo, dodici colone si alzano nel Foro di Roma. Dimmi tu: non è
magia questa?"
"La sorte ti ha veramente aiutato!" Aggiunge Bibrax. "Caro
Torix hai fatto proprio bene a lasciare le foreste della Gallia. Qui avrai
l’occasione di dimostrare quanto vali veramente."
Invece non andò così.
Il 15 Marzo del 710° anno dalla fondazione di Roma [44 a.C.], pochi
giorni dopo la cerimonia dei Lupercali, i pugnali di Bruto e degli altri
congiurati mettono fine alla vita di Cesare.
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