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Capitolo 14
L’architetto del Foro romano

Trascorro il giorno seguente a girare per i mercati, per sentire i commenti della gente. Va detto che erano più le critiche che gli elogi. Il rimpianto della libertà ora che sta emergendo un possibile dittatore come Cesare, s’insinua per le piazze di Roma, emerge nei discorsi al mercato o nelle discussioni sotto i portici, come un canto funebre per una Repubblica sul punto di morire.
Quella sera mi passa a trovare Ottaviano.
"Mio zio vuole vederti."
"Io? Perché?"
"Non so, mi ha solo detto che desidera parlarti. Ti aspetta domani, di primo mattino."
Passo una notte agitata. Chissà il generale cosa vuole da me.

Quella notte faccio uno strano sogno. Sono nel mio villaggio a zappare le cipolle quando si alza un forte vento. Non è una brezza come le altre, cresce come una tempesta, un uragano di raffiche che diventano ogni istante più forti.
Presto le folate diventano così intense da trascinarmi via. Mi aggrappo alla mia capanna ma anche questa è travolta dal vento. Mi afferro allora ad una grande quercia tutta piena di vischio, ma il vento riesce a strapparmi anche da lì.
Ad un tratto volo nel cielo. Sono sotto il potere di un vento così impetuoso da farmi mancare il respiro. Mi muovo nell’aria dapprima a volo radente sopra gli alberi, poi sorvolando vallate, evitando le nuvole che si alzano sotto di me, mentre corro per il cielo ad una pazza velocità.
Trascinato da quell’uragano mi trovo spinto verso un alto monte, ma non di roccia come esistono in natura. Era un insieme ordinato di massi e di macigni squadrati. Lì riesco ad aggrapparmi e a resistere alle folate.
Mi sveglio in un bagno di sudore.
Che sogno incomprensibile! Cosa avrà voluto dire?

Intanto Cesare mi aspetta. Vengo introdotto nei suoi appartamenti e lo vedo sorridermi compiacente.
Meno male! Non devono essere brutte notizie.
"Caro Torix come va?" Mi chiede il generale. "Ti trovi bene a Roma?"
"Certo! Questa è la città più bella del mondo."
"Eppure bisogna mettere ordine in questa capitale. Ci sono troppe cose che non vanno, ma vedrai che ce la faremo a sistemarle.
Io conto su di te, ho bisogno di tutti gli uomini che mi sono fedeli."
"Non temere Caio Giulio. Sarò al tuo fianco."
"Le cose da fare son talmente tante che ci sarà da lavorare per tutti.
Il mio fido Antonio si sta occupando del conteggio della popolazione. A Roma ci vuole un censimento adeguato, che registri e tenga nota dello sviluppo della città, elencando i palazzi quartiere per quartiere, e individuando i proprietari di case. Solo così si potrà distinguere, nella massa dei plebei, quelli assolutamente poveri che hanno diritto a ricevere gratis il cibo dallo Stato. Conto di ridurne il numero da trecentoventimila alla metà. Sarà tutto denaro risparmiato, che si potrà usare per abbellire Roma e renderla degna del suo ruolo di capitale.
Ottaviano intanto spartirà le terre delle colonie d’oltremare fra ottomila cittadini romani, in massima parte veterani delle mie guerre. I soldati che hanno tanto combattuto, hanno diritto ad avere campi fertili dove trasformarsi in esperti contadini.
Quanto a te, ti ho concesso la qualifica di "cittadino romano", così avrai gli stessi diritti degli altri miei uomini."
"Grazie Cesare, questo è un vero onore per me!"
"E non solo per te. Ho già disposto che lo stesso onore venga offerto a medici e insegnanti che operano nella capitale, affinché Roma diventi la loro residenza ed altri maestri vi affluiscano.
Quanto a Mamurra, è un comandante troppo prezioso per lasciarlo a Roma. L’ho già inviato in Siria, per comandare il genio militare nella guerra contro i Parti. Proprio per questo mi servi tu, che resterai nella capitale. Se non sbaglio ti piace costruire. Mi ha detto Ottaviano che ti ha visto spesso disegnare palazzi e acquedotti."
"Oh sì! Costruire è la cosa che mi piace di più al mondo."
"Ebbene: farai una nuova Roma.
Ti affido l’incarico di disegnare un Foro per la città, qualcosa di splendido, che tramandi il nome di Cesare. Ottaviano ti metterà a disposizione imprese ed artigiani, tu pensa ai progetti. Me li manderai in Siria, e da lì mi terrò informato di come vanno le costruzioni.
Ora dimmi un’altra cosa: che si mormora in giro circa l’episodio dei Luperci?"
"Non bene Cesare. Nelle strade si sente tutta una serie di appelli allo spirito repubblicano e di rimproveri per la tua ambizione."
"Lo so, ma il vecchio sistema di governo di Roma non sta più in piedi.
Qualcuno lo deve trasformare, renderlo adatto ai nuovi tempi, e purtroppo credo tocchi a me portare la responsabilità di questo svecchiamento.
Questo periodo precedente alla spedizione contro i Parti è il momento giusto per un cambiamento di governo: tutti lo capiscono, anche i miei nemici, come quel conservatore di Cicerone. Lo sai che ha dedicato al mio figlio adottivo Bruto un suo libro dove ha scritto: "È delitto uccidere un uomo, ma se quest’ultimo è un tiranno, non è più un delitto"?
Ma non mi fa paura. Ho trattato Bruto come un figlio, offrendogli amicizia, sostegno e stima. Sono sicuro di poter contare su di lui."
"Speriamo!" Commento io. "Ieri passando per la Via Sacra, ho visto un capannello di gente. Era ferma proprio davanti alla statua dell’antenato di Bruto, Bruto Maggiore, quello che cacciò via Tarquinio il Superbo, l’ultimo re di Roma.
Qualcuno aveva scritto due frasi sotto la statua:
"Se vivesse Bruto!"
"Bruto, tu non sei Bruto!".
La gente le commentava: "È vero! Spetta a Bruto, all’erede di Bruto Maggiore difendere la Repubblica dalle ambizioni di un uomo troppo potente. Tocca a lui dare l’esempio"."
"Lasciali dire!" Replica Cesare. "Il popolo deve avere qualcosa di cui lamentarsi. Quando tornerò dopo la vittoria sui Parti, tutta questa "paura nelle novità" sarà presto dimenticata.
Buon lavoro Torix!" Mi dice il generale congedandomi. "Ricorda: io conto su di te!"

Io non ero ancora uscito dal palazzo, che già con la testa ero intento a progettare quel Foro che Cesare mi aveva chiesto.
Ora capivo anche il significato nascosto di quel mio sogno. Il vento del cambiamento mi aveva allontanato dal villaggio e dalla mia capanna. Neppure le querce dei druidi erano riuscite a fermarmi. Un vento incessante mi aveva sospinto in volo per il mondo finché mi ero potuto fermare solo aggrappandomi a dei macigni squadrati. Erano le pietre del Foro che io avrei progettato.

L’incarico era così prestigioso che pensavo di non essere all’altezza. C’era un solo sistema per scoprirlo: sedersi al tavolino e progettare.
In architettura serve molto lavoro mentale prima che qualcuno prenda in mano la pala o il piccone. Bisogna saper prima vedere con la mente quale sarà l’aspetto finale dei mercati o delle aule di tribunali. Sono necessari progetti accurati di altari, templi e colonne. Servono disegni su disegni, sempre più precisi e dettagliati. Occorrono sia vedute d’insieme di come verrà la costruzione una volta terminata, che rappresentazioni grafiche dei particolari: portici, scale, decorazioni delle colonne.
Era la mia grande occasione. Avrei progettato edifici meravigliosi, ricchi di tutto ciò che l’uomo sa realizzare di bello e di elegante. Il tutto costruito con i materiali migliori: pietre, marmi colorati e marmi candidi adatti per le colonne, mosaici sul suolo e bassorilievi sulle pareti. Cesare avrebbe avuto uno splendido Foro.

Quel pomeriggio arriva Bibrax e mia sorella. Gli spiego l’incarico che Cesare mi ha affidato, e loro si complimentano con me.
"Eccoti qua fratello mio!" Mi dice Maeve. "Ti trovo proprio in gran forma!
Ho lasciato un giovane che tagliava gli alberi delle foreste galliche, e lo ritrovo occupato ad alzare una foresta di candide colonne, e proprio nel centro della capitale del mondo."
"Il destino mi è stato favorevole." Le spiego. "Mi ha offerto l’occasione di realizzare quasi una magia. Ecco che io disegno dodici colonne sul mio papiro, e dopo vari mesi, senza che io tocchi mai il marmo, dodici colone si alzano nel Foro di Roma. Dimmi tu: non è magia questa?"
"La sorte ti ha veramente aiutato!" Aggiunge Bibrax. "Caro Torix hai fatto proprio bene a lasciare le foreste della Gallia. Qui avrai l’occasione di dimostrare quanto vali veramente."

Invece non andò così.
Il 15 Marzo del 710° anno dalla fondazione di Roma [44 a.C.], pochi giorni dopo la cerimonia dei Lupercali, i pugnali di Bruto e degli altri congiurati mettono fine alla vita di Cesare.

Capitolo 15
Torix il druido
un romanzo storico sulla conquista della Gallia

Indice dei capitoli

L’antica sapienza dei druidi
La festa dei druidi
La religione degli alberi
Schiavo dei Romani
Il Genio militare
Il ponte del cambiamento
Le lumache. Come i Romani vincono un assedio
Gli uomini di Giulio Cesare. I comandanti romani in Gallia
Giulio Cesare e l’assedio di Alesia
Le fortificazioni e l’assedio di Alesia
Alesia: La battaglia finale. Sconfitta di Vergingetorige
La guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo
La corona da "re di Roma" per Giulio Cesare
L’architetto del Foro romano
Ora sono un vecchio architetto originario della Gallia
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Piccolo glossario di Storia romana
Piccolo questionario di Storia romana
La storia della guerra civile tra Cesare e Pompeo
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